Massimo Miceli


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Gelato confezionato: il 94% degli italiani lo consuma regolarmente 

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L’estate sta arrivando, il 94% degli italiani dichiara di consumare regolarmente il gelato confezionato, nei vari formati disponibili.
Un risultato confermato dalla ricerca condotta da Doxa insieme a Froneri Italia, joint venture tra la multinazionale inglese specializzata nella produzione di gelati R&R e la divisione gelati Nestlé. Secondo l’indagine, che ha interessato consumatori di età compresa tra i 18 e i 74 anni, da Nord a Sud Italia, il legame con la stagione estiva, pur rimanendo molto forte, nel corso del tempo sta assumendo una connotazione più dinamica. Gli ice-cream lovers infatti amano il gelato tutto l’anno, non solo tra la primavera e l’estate (43%), ma anche durante i mesi più freddi (31%).

Il cono, che passione!

A farla da padrone, è il cono, icona gastronomica tra le più conosciute ed esportate al mondo. È infatti il cono a conquistare il maggior numero di preferenze tra i consumatori italiani di gelato (53%). Inventato dall’italiano Italo Marchioni nel 1903, e poi brevettato negli Stati Uniti, nel corso dei secoli il cono è entrato nel cuore degli italiani. Il cono, insomma, mette tutti d’accordo, battendo le vaschette (37%), lo stecco (36%) e il biscotto (33%).

Spezzare la monotonia del quotidiano

Il gelato della tradizione e i sapori dell’infanzia continua a conquistare i consumatori (37%) che sempre più spesso si aspettano, però, un’offerta che si rinnovi a ogni stagione, con combinazioni di gusti sempre nuove (36%). Gli italiani quindi mostrano una propensione crescente per la sperimentazione, e vorrebbero farsi stupire da un prodotto mai provato prima. Ad esempio, dalle caratteristiche inaspettate, come la croccantezza (69%), e che possa garantire un’esperienza multisensoriale durante l’assaggio (27%). Ma per il 41% dei consumatori italiani il gelato confezionato ideale deve essere non solo goloso, ma anche accattivante nell’aspetto, così da poter rappresentare al meglio quella coccola da concedersi per spezzare la monotonia del quotidiano.

Il peccato di gola per eccellenza

Il gelato confezionato si conferma allora come il peccato di gola per eccellenza, e al contempo caratterizza positivamente i momenti di condivisione. Quali? Principalmente la merenda del pomeriggio (48%), ma tra gli intervistati c’è anche chi preferisce mangiarlo come dessert a fine cena (31%), o più raramente, come sostituto di un pasto (18%). Nell’immaginario collettivo il gelato resta il simbolo per eccellenza dello svago nel tempo libero e della convivialità. E dopo due anni segnati da distanziamenti interpersonali e limitazioni causate dalla pandemia, per condividere un momento di pausa e spensieratezza si preferisce consumare un buon gelato in compagnia della famiglia (43%), oppure con il proprio partner (20%). Ma non solo: c’è comunque chi desidera goderselo in un momento di relax individuale (22%).

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Prezzi all’ingrosso in aumento, dall’agroalimentare all’edilizia

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Prezzi all’ingrosso in aumento, dall’agroalimentare all’edilizia

Identificare le cause per il caro vita odierno è un’operazione complessa. Di fatto, il 2022 si conferma come un anno di forte inflazione, dovuta a una combinazione di fattori, tra i quali i più recenti eventi geopolitici. I prezzi dell’agroalimentare, dei materiali da costruzione e dell’energia stanno toccando soglie decisamente elevate, che pesano sulle tasche delle famiglie e delle imprese. E per quanto riguarda l’agroalimentare, il settore dei cereali, in particolare, quello di frumento, mais, soia e oli vegetali, ha subito un forte rincaro a partire dallo scoppio della guerra tra Ucraina e Russia, con conseguenze sui settori dell’hospitality e ristorazione, già gravati dal caro energia.

Rincari per latte spot, carta e materiali edili

Il mercato dei cereali e dell’energia influenza anche quello del latte, che proviene da un periodo di grande difficoltà a causa del Covid-19. Gli allevatori sono costretti a diminuire il numero di mucche da produzione, e di conseguenza, la quantità di latte sul mercato, da qui il rincaro di latte spot e formaggi. Aumenti anche nel settore della carta e dei materiali per l’edilizia, che forti di una rapida ripresa post Covid-19 non hanno potuto soddisfare con la propria offerta l’abbondante domanda di beni. I prezzi sono lievitati a causa della scarsità di materie prime, e alcuni sostengono, spinti da un ulteriore speculazione dei soggetti intermediari. 

“Per le imprese diventa indispensabile stare al passo con i prezzi”

“La mancanza di materie prime ha fatto lievitare le importazioni dal Far East, Cina, Malesia, Indonesia, a causa dei costi di nolo e forti speculazioni – dichiara Alberto Zanotti, vicepresidente della Commissione Prezzi per le materie prime per saponeria, raffineria e stearineria -. Gli effetti sono devastanti per le nostre industrie. È diventato molto difficile lavorare. Alcune aziende, anche marchi importanti stanno segnando il passo e sono in fortissima difficoltà”.  Davanti a tempi tanto incerti per le imprese diventa quindi indispensabile stare al passo con i prezzi.

I numeri dalla CCIAA di Milano Monza Brianza Lodi

Secondo le variazioni dei prezzi all’ingrosso monitorate dalla CCIAA di Milano Monza Brianza Lodi, per il mais nazionale ad aprile 2022 la quota è pari a 382 euro a tonnellata contro i 292 euro di febbraio 2022. Vertiginoso aumento anche per gli oli vegetali: se da settembre a dicembre 2021 si era verificato un aumento di 30 euro/t, da dicembre 2021 ad aprile 2022 l’aumento è stato di 460 euro/t.
Il latte spot invece in un anno è passato dal prezzo alla tonnellata di 315 euro ad aprile 2021 a 525 euro/t oggi. Grande rincaro annuale anche per il Cartone in fogli, che subisce un aumento del 68% dal 2021, e per la Carta per fotocopiatrici, che segue con un +23% nello stesso periodo. E ancora, per i materiali da costruzione, un aumento annuale del 50% per il polietilene reticolato espanso, un’isolante acustico, mentre i rottami di metallo e acciaio balzano al 75% in più in un anno.

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Contratti collettivi, cresce leggermente la retribuzione oraria media

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Contratti collettivi, cresce leggermente la retribuzione oraria media

Come di consueto, l’Istat fotografa lo stato dell’arte dei contratti collettivi in atto nel nostro Paese. La situazione non è esattamente rosea, anche se ci sono dei segnali di ottimismo. Questi i dati aggiornati al primo trimestre di quest’anno. Alla fine di marzo 2022, i 39 contratti collettivi nazionali in vigore per la parte economica riguardano il 44,6% dei dipendenti – circa 5,5 milioni di individui– e corrispondono al 45,7% del monte retributivo complessivo. In sintesi, come spiega una nota dell’Ufficio di Statistica, l’aumento della spinta inflazionistica nel 2022 “porterebbe a una perdita di potere d’acquisto valutabile in quasi cinque punti percentuali”.

Recepiti cinque contratti

Nel corso del primo trimestre 2022 sono stati recepiti cinque contratti. Si tratti di quelli riferiti a scuola privata religiosa, cemento, calce e gesso, edilizia, mobilità – attività ferroviarie e Rai. I contratti che, a fine marzo 2022, sono in attesa di rinnovo salgono a 34 e coinvolgono circa 6,8 milioni di dipendenti, il 55,4% del totale. Uno dei dati preoccupanti riguarda invece il tempo medio di rinnovo dei contratti, che si è dilatato e anche di molto. Come riporta la nota dell’Istat, il tempo medio di attesa di rinnovo per i lavoratori con contratto scaduto, tra marzo 2021 e marzo 2022, è aumentato da 22,6 a 30,8 mesi, mentre per fortuna diminuisce lievemente per il totale dei dipendenti (da 17,7 a 17,0 mesi).

Come cambiano le retribuzioni

L’andamento delle retribuzioni fa segnare qualche dato ottimistico, anche se la crescita resta contenuta. La retribuzione oraria media nel periodo gennaio-marzo 2022 è dello 0,6% più elevata rispetto allo stesso periodo del 2021. L’indice delle retribuzioni contrattuali orarie a marzo 2022 segna un aumento dello 0,1% rispetto al mese precedente e dello 0,7% rispetto a marzo 2021. In particolare, l’aumento tendenziale è stato dell’1,6% per i dipendenti dell’industria, dello 0,4% per quelli dei servizi privati ed è stato nullo per i lavoratori della pubblica amministrazione. I settori che presentano gli aumenti tendenziali più elevati sono quelli delle farmacie private (+3,9%), dell’edilizia (+3,3%), delle telecomunicazioni (+2,5%) e del legno, carta e stampa (+2,3%). L’incremento è invece nullo per il commercio, i servizi di informazione e comunicazione, il credito e assicurazioni e la pubblica amministrazione.

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Digital transformation e green revolution guidano le imprese nel 2022

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Digital transformation e green revolution guidano le imprese nel 2022

La digital transformation e la green revolution sono i trend che guidano il mondo dell’impresa veneta nel 2022. Sul primo fronte le aziende venete hanno iniziato a lavorare e a investire da molto tempo, mentre sulla sostenibilità sono partite più di recente, ma sarà questo il focus per i prossimi anni. È quanto emerge da uno studio condotto da Fòrema, ente di formazione di Assindustria VenetoCentro, su un campione di 172 aziende venete, piccole, medie e grandi. A causa della crisi nel reperimento delle materie prime molti settori industriali però stanno rallentando la produzione. Oltre a mercati resi incerti dalla guerra in corso, lo scenario si complica per la coda lunga della crisi pandemica e i primi segnali di inflazione.

Il 30% delle aziende prevede un aumento delle attività

Ma come cambierà l’azienda nei prossimi tre anni in termini di attività, funzioni e relazioni organizzative? Il 30% delle aziende intervistate, in maggioranza appartenente al settore industriale e metalmeccanico, prevede un aumento delle attività, e il 17% si aspetta un cambiamento radicale dell’azienda, contro il 16% che si aspetta una struttura organizzativa sostanzialmente simile a quella attuale. In termini assoluti prevale l’aspettativa di prossime modifiche a processi, attività e modelli di lavoro (15%), e solo il 2% dichiara di non essere in grado di fare previsioni. Le grandi aziende prospettano trasformazioni più radicali rispetto alle Pmi, sia in termini quantitativi (aumento di funzioni/attività o focalizzazione) sia qualitativi (nuovi processi e relazioni).

In cerca di figure capaci di riprogettare la gestione dei flussi di materiali

Per affrontare la situazione, le aziende puntano a nuove professionalità. In molti stanno assumendo nuovi Chief Technology Officer-IT manager, tecnici capaci di individuare le migliori tecnologie da applicare ai prodotti o ai servizi che l’azienda produce. Anche i Digital manufacturing manager sono profili su cui puntano le imprese, profili che nei processi produttivi sappiano usare le innovazioni.
Su tutte, però, emerge l’attenzione per figure capaci di riprogettare e pianificare la produzione e la gestione dei flussi di materiali in ingresso e in uscita sulle linee produttive. In questo periodo di crisi dei costi dei materiali sono infatti figure fondamentali per mantenere redditizio il ciclo produttivo.

Adeguare le competenze in ambito digitale

In tema di digitalizzazione, il 52% delle aziende dichiara di aver già realizzato interventi formativi per adeguare le competenze in ambito digitale. Solo il 25% dichiara azioni scarse o nulle in quest’ambito.
I processi di digitalizzazione hanno coinvolto la maggior parte delle aziende intervistate, anche se tali processi riguardano prevalentemente i settori progettazione e direzionale, e in minor parte i profili più operativi. Sul tema della sostenibilità, invece, meno della metà delle aziende (42%) dichiara di aver realizzato azioni specifiche per dotarsi di competenze per una maggiore sostenibilità d’impresa. Di queste, il 15% parla di azioni complete e concluse, e il restante 27% riferisce azioni incomplete. Il campione di aziende che invece dichiara di non aver ancora fatto nulla in tema di sostenibilità si attesta al 37%.

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Come scegliere la caldaia a condensazione?

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Anche se non sei un esperto, avrai certamente sentito parlare delle caldaie a condensazione.

Questi moderni dispositivi consentono di risparmiare notevolmente sulla bolletta del gas, dato che sono particolarmente efficienti e per questo in grado di offrire un risparmio considerevole.

Nel momento in cui decidiamo di sostituire la nostra vecchia caldaia con una nuova, certamente quella a condensazione è la prima che ci viene in mente. Ma quale scegliere tra tutte?

Si tratta di una decisione non indifferente perché la caldaia ha l’importante compito di offrire acqua calda sanitaria e riscaldamento in casa, dunque ci teniamo ad acquistare un modello particolarmente efficiente. Vediamo allora di capirne di più di seguito.

Caldaia a condensazione vs caldaia tradizionale

Ci sono delle differenze che chiaramente caratterizzano le caldaie a condensazione e quelle di tipo tradizionale.

Per quel che riguarda le caldaie a condensazione diciamo che queste vanno a condensare il vapore acqueo dei gas di scarico che producono.

Il calore che viene estratto da questa condensazione viene adoperato dalla stessa caldaia e ciò le consente di avere un rendimento più alto ottimale rispetto i modelli di caldaia tradizionale.

Le caldaie normali infatti, non consentono di recuperare il calore dei fumi e si tratta dunque di un evidente spreco energetico. Ad ogni modo c’è da dire che le caldaie di tipo tradizionale sono più economiche.

Quale caldaia a condensazione scegliere?

Oggi il mercato offre una grande varietà di caldaie a condensazione. Per scegliere quella più adatta dobbiamo anche considerare le dimensioni del nostro appartamento o eventuali esigenze specifiche.

La potenza

Se il nostro appartamento è infatti abbastanza grande e ci sono tante stanze, o se addirittura la casa si sviluppa su più piani, certamente sarà necessario un modello particolarmente potente.

Se al contrario si tratta di un appartamento standard, e dunque di quadratura che non supera i 120 metri quadri, va bene una caldaia con potenza di 24 kW per acqua calda sanitaria e riscaldamento.

Certamente nel computo della scelta va tenuto conto anche di quello che è l’isolamento termico dell’appartamento ed il tipo di radiatori o il sistema di riscaldamento presente in casa.

Il rapporto qualità prezzo

Bisogna sempre considerare il rapporto qualità prezzo quando si valuta l’acquisto di un dispositivo per casa.

Nel caso di una caldaia bisogna considerare ad esempio la qualità dello scambiatore di calore e del bruciatore, perché da questi dipende il buon funzionamento della caldaia.

Accertiamoci per questo che ciascun elemento della nostra caldaia sia realizzato con elementi di qualità e che siano certificati.

Avremo certamente così una caldaia più efficiente che ci consentirà di risparmiare energia e dunque gas.

La classe energetica

La classe energetica è un fattore che non può essere trascurato quando ci si chiede quale possa essere la caldaia giusta da acquistare.

La classe energetica infatti ci dice quale sia il consumo di un determinato modello e quali possano essere alcune sue specifiche funzioni.

In base al loro livello di efficienza energetica, le caldaie sono classificate secondo quattro differenti classi:

  • Una stella
  • Due stelle
  • Tre stelle
  • Quattro stelle

Le caldaie a 4 stelle sono quelle che consentono di ottenere un risparmio energetico maggiore e chiaramente hanno un costo più elevato rispetto le altre.

Se stai pensando dunque di acquistare una nuova caldaia, quella a condensazione potrebbe fare al caso tuo.

Essa è infatti in grado di garantirti un interessante risparmio economico e consentirti di contribuire a rispettare maggiormente l’ambiente. Parlane per questo con il tuo tecnico di installazione caldaie di fiducia e chiedi il suo parere circa le moderne caldaie a condensazione.

Informazioni utili

Come ripristinare la luce quando salta

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Prima di iniziare, ti informiamo che le interruzioni di corrente possono generalmente derivare da uno sbalzo di tensione nell’impianto dovuto alla presenza di troppi dispositivi elettrici collegati alla rete.

Se stai riscontrando questo problema, non preoccuparti, potesti risolverlo anche senza dover chiamare un tecnico. In questo post ti spieghiamo come fare.

In caso di incidente grave, sarà necessario sentire direttamente la società che gestisce la tua fornitura elettrica. Semplicemente consultando il loro sito ufficiale, puoi reperire i numeri di telefono che ti consentiranno di contattarli per avere lumi circa il problema.

Passaggi per ripristinare il contatore elettrico

Raggiungi il contatore elettrico. Il primo passo è quello di verificare se l’interruzione di corrente è dovuta ad uno sbalzo di tensione o meno. Per riuscirci devi fare quanto segue:

Vai al quadro elettrico che di solito si trova all’ingresso di casa o in cucina e aprilo. Vedrai che ci sono degli interruttori. Quindi abbassali tutti e attendi 10 secondi. A questo punto rimettili su, procedendo da destra verso sinistra. L’elettricità tornerà automaticamente.

Se non ha funzionato, e gli interruttori si abbassano di nuovo automaticamente, prova a leggere la sezione successiva.

Contatta il tuo distributore di energia elettrica

Se non sei riuscito a ripristinare l’elettricità seguendo i passaggi del punto precedente, dovresti fare quanto segue. Innanzitutto dovrai chiamare il fornitore di energia elettrica che opera nella tua zona, poiché è l’azienda che gestisce il servizio erogato in casa tua e magari possono avvisarti relativamente ad eventuali lavori di manutenzione presenti nella strada in cui vivi.

Ricorda che per identificarti con il distributore dovrai indicare il tuo numero cliente, puoi trovarlo su ogni bolletta (solitamente è indicato in alto a sinistra). Ad ogni modo se gli episodi per i quali salta la luce sono costanti, dovrai verificare che la tua potenza contrattata sia adeguata: potrebbe infatti essere necessario aumentare la potenza del contatore.

Raccomandazioni tecniche

Se invece il problema non è relativo al tuo fornitore, e dunque l’anomalia tecnica è presente solo nel tuo appartamento, in questo caso il consiglio è quello di contattare un servizio di pronto intervento 24.

Ricorda inoltre che se si tratta di un guasto che non sei in grado di individuare, né tantomeno riparare, fai bene ad evitare di procedere a tentativi perché in quel caso metteresti a repentaglio la tua sicurezza e quella di tutte le altre persone presenti in casa.

Meglio per questo motivo lasciar fare ad un tecnico e capire il perché non sia possibile ripristinare la corrente nonostante tu abbia già provato a rimettere nella posizione corretta gli interruttori.

Potrebbe ad esempio trattarsi di un corto circuito presente in casa, in quanto magari qualcuno potrebbe avere accidentalmente bagnato una presa con dell’acqua e per questo motivo il sistema va in blocco di sicurezza.

Ecco perché diventa necessario attendere l’intervento di un tecnico specializzato ed evitare di effettuare operazioni fai da te.

Raccomandazioni finali

Per dispositivi come il frigorifero, la prima cosa da fare è tenere chiusa la porta del dispositivo, così che la temperatura degli alimenti rimarrà invariata fino a 12 ore dopo il suo spegnimento, più o meno.

Da quel momento, il cibo inizierà a scongelarsi. Se il problema non sarà stato ancora risolto, dovresti riempire il frigorifero con impacchi di ghiaccio per mantenerlo freddo; nel caso in cui il frigorifero sia pieno questo sarà certamente un vantaggio, in quanto la presenza di più cibi aiuta a mantenere meglio la temperatura.

Solitamente un tecnico specializzato è in grado di risolvere problemi di questo tipo in breve tempo, per cui se ne chiami uno non appena riscontrato questo problema, la luce tornerà a presto in casa ed anche il frigorifero tornerà a refrigerare correttamente i cibi.

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Per Instagram in arrivo 7 novità per la chat

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Per Instagram in arrivo 7 novità per la chat

Lo ha annunciato Meta, che in una nota ufficiale della compagnia ha dichiarato che le novità in arrivo per la chat di Instagram saranno disponibili per tutti. Dalla posta silenziosa ai sondaggi nelle chat di gruppo fino alle condivisioni rapide di canzoni, le aggiunte verranno infatti progressivamente estese a tutto il mondo, e saranno valide sia per i sistemi iOS sia per quelli Android. Insomma, è ufficiale: ha inizio il roll out di un aggiornamento di Instagram, che introdurrà diverse novità nella sezione di messaggistica della nota app del Gruppo Meta. Si tratta di revisioni che puntano alla strategia a lungo termine di Meta, che desidera in futuro unificare l’app di messaggistica Messenger di Facebook, quella di Instagram e WhatsApp.

Chattare sarà più facile, rapido e comodo

La prima novità riguarda le risposte durante la navigazione. Quando si riceve un nuovo messaggio mentre si naviga nel feed sarà possibile rispondere senza andare nella casella di posta. Questa nuova funzionalità rende molto più facile e comodo chattare quando si è già all’interno dell’app. La seconda novità è la condivisione rapida. Toccando e tenendo premuto il pulsante di condivisione si potrà ricondividere facilmente i post. Mentre la terza, verrà introdotta per scoprire chi è online. Nella parte superiore della casella di posta si potrà infatti vedere chi è libero di chattare in quel momento.

Un’integrazione con Apple Music, Amazon Music e Spotify

La quarta novità darà la possibilità agli utenti di Instagram di riprodurre, mettere in pausa e ripetere brani musicali. Grazie all’integrazione con Apple Music, Amazon Music e Spotify, si potrà condividere nei messaggi un’anteprima di 30 secondi di un brano e i gli amici potranno ascoltarlo direttamente dalla finestra della chat. Quinta novità, inviare messaggi “silenziosi”. Con questa funzionalità sarà possibile inviare messaggi senza avvisare gli amici a tarda notte, o quando gli interlocutori sono occupati, aggiungendo ‘@silent’ al messaggio, senza perciò preoccuparsi di inviare notifiche indesiderate.

Dal tema lo-fi ai sondaggi

La penultima novità per la messaggistica di Instagram, riporta Adnkronos, è il tema lo-fi per la chat. Si tratta di un nuovo tema della chat lo-fi (bassa fedeltà, contrazione del termine in lingua inglese low fidelity) per rendere le conversazioni più personali e creative. Infine, la settima e ultima novità annunciata da Meta riguarda la possibilità di creare un sondaggio. Questa è già una delle funzionalità di chat di gruppo più amate di Messenger per creare un sondaggio direttamente nella chat di gruppo, e verrà estesa anche al sistema di messaggistica di Instagram.

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Fake news, gli italiani sanno riconoscerle?

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Fake news, gli italiani sanno riconoscerle?

Gli italiani sanno riconoscere le fake news? E come si rapportano al vasto – e non sempre attendibile – mondo dell’informazione? Questo difficile rapporto tra verità e bufale è stato al centro di una recente ricerca Ipsos per IDMO (Italian Digital Media Observatory), l’hub nazionale contro la disinformazione coordinato dal centro di ricerca Data Lab dell’Università Luiss Guido Carli, che ha esplorato la fiducia e i comportamenti degli italiani nei confronti dell’informazione e delle fake news. Dall’indagine emerge come gli italiani non hanno dubbi sul significato stesso di “fake news”, ne sono a conoscenza e il 73% dichiara di essere in grado di riconoscerle (percentuale che aumenta a quasi l’80% tra i più giovani). La medesima fiducia, però, non è risposta nella capacità altrui: soltanto il 35% crede che le altre persone siano in grado di distinguere notizie vere da notizie false. In generale, tra i più giovani (18-30 anni) e i più scolarizzati le attività di controllo per analizzare l’attendibilità e affidabilità delle informazione online e, quindi, proteggersi dalla disinformazione sono maggiormente frequenti. 

I giovani credono di essere più preparati

La stragrande maggioranza degli italiani (7 su 10) si informa esclusivamente tramite fonti gratuite o solo 1 su 4 è disposto a pagare per accedere ad informazioni di cui si fida. Il termine “fake news” è ampiamente conosciuto e associato a diverse tipologie di notizie. Quelle considerate più diffuse e più pericolose dagli intervistati sono le notizie tendenziose, ovvero comunicate o interpretate in modo intenzionalmente modificato allo scopo di favorire particolari interessi. La maggioranza – più del 60% – sostiene che chi diffonde fake news sia consapevole del fatto che sono notizie false e che la principale motivazione sia economica (37%). Il restante 36% sostiene che chi diffonde fake news nella maggior parte dei casi pensa che la notizia sia vera e che la principale motivazione sia sociale (29%). Tra i più scolarizzati il quadro cambia: è il 57% a ritenere che chi diffonde una fake news non sia consapevole del fatto che la notizia sia falsa. L’indagine ha anche rilevato un ampio scostamento tra la percezione di essere personalmente in grado di distinguere fatti reali dalle fake news (73% crede di esserne in grado) e la considerazione di quanto le altre persone siano capaci di farlo (solo il 35% crede che siano in grado). Tra i più giovani e i più scolarizzati è più diffusa la fiducia nella propria capacità di distinguere fatti reali da fake news (quote sopra al 75%), mentre tra i più adulti è maggiormente diffusa la fiducia nella capacità delle altre persone in Italia (40%).

Come si scopre una bufala?

Quasi il 90% degli intervistati sostiene che la disinformazione sia diffusa in Italia e una quota simile si dichiara preoccupato per questo. Quest’ultimo dato risulta più basso tra i più giovani dove i preoccupati ammontano al 78%. Il 90% degli italiani dichiara di fare almeno un’attività di controllo davanti a un’informazione online. Le due più frequenti sono il controllo della credibilità dell’informazione e il controllo dell’informazione su diversi siti web e risultano eseguite da circa 1 cittadino su 2.
A seguire, il 44% controlla l’autenticità dell’indirizzo del sito web e il 31% controlla se regolarmente aggiornato. Altre attività vengono svolte da meno del 30% e non risultano essere particolarmente diffuse nel nostro Paese. Tra i più giovani e i più scolarizzati tutte le attività di controllo sono più frequenti: il 61% si accerta di autori e link, il 56% fa comparazioni con altri indirizzi web, il 38% bada che il sito sia aggiornato. Percentuali che crollano tra i più adulti e i meno scolarizzati.  

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La lingua inglese è un “motore mentale” per gli italiani

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La lingua inglese è un “motore mentale” per gli italiani

L’inglese è considerato dagli italiani uno strumento fondamentale non solo a livello professionale, ma anche per una maggiore apertura mentale verso altre culture e per stringere nuovi rapporti. Secondo i risultati della ricerca commissionata da Novakid, la scuola di inglese online, all’Istituto AstraRicerche, per oltre quattro italiani su dieci l’inglese è un “motore mentale” che ha spinto a stringere rapporti più stimolanti. In pratica, chi conosce l’inglese oggi probabilmente non sarebbe la stessa persona se non l’avesse studiato, non avrebbe avuto la stessa apertura verso le culture straniere, e probabilmente non avrebbe fatto le stesse esperienze in tema di viaggi. Grazie alla spinta ricevuta dalla conoscenza dell’inglese gli italiani si definiscono persone diverse. Una spinta ancora più importante per i giovani, per i quali la padronanza della lingua può cambiare le future opportunità sociali (87%) e lavorative (80%).

Fondamentale per i più giovani e per fare carriera

Secondo gli intervistati, una buona padronanza dell’inglese è essenziale soprattutto per i più giovani: il 59% dichiara sia importantissimo per i bambini nell’ambito di un percorso di apprendimento più fluido, per il 66% è essenziale per gli adolescenti, che un domani dovranno affacciarsi al mondo del lavoro, e il 62% lo ritiene fondamentale per i giovani alle prese con i primi passi della propria carriera.
Ma l’Inglese è ritenuto fondamentale (85%) non solo per i più giovani, ma anche per gli adulti e per i soggetti che hanno difficoltà lavorative. Il 67% degli intervistati è convinto che incida nell’occupazione e nel percorso di carriera, e il 28% pensa addirittura che faccia la differenza.
La percentuale più alta di chi lo ritiene fondamentale è composta principalmente da giovani dai 18-24 anni, e dal range più senior, dai 55-65 anni.

Una funzione sociale e culturale

Ma l’inglese non è considerato utile solo per la vita lavorativa: il 49% degli intervistati dichiara che la conoscenza di questa lingua è stata più che utile anche nella vita sociale e di relazione. In particolare, la conoscenza dell’inglese ha aiutato gli intervistati ad ‘aprirsi’ al mondo, alle culture straniere (56%), a viaggi ed esperienze (54%), e ai rapporti di amicizia (41%). È proprio questa funzione sociale e culturale dell’inglese che spinge molte persone a prediligere un metodo di apprendimento autonomo e personale, fatto di azioni quotidiane.

A mettere in crisi è soprattutto la pronuncia

Tanto che il 52% afferma di avere migliorato le proprie competenze grazie alla visione di contenuti multimediali in lingua, il 49% dà il merito a viaggi in paesi anglofoni, il 43% alla lettura di libri in inglese e il 40% all’ascolto di musica internazionale. Quanto agli aspetti della lingua che la popolazione italiana ritiene più difficili e ostici è la ‘conversazione’ l’elemento che più mette alla prova gli intervistati. Il 61% ritiene infatti difficile conseguire un buon livello di confidenza nel parlare, mentre il 59% ha difficoltà nell’ascolto e nella comprensione. A mettere in crisi gli italiani è soprattutto la pronuncia (difficile per il 69%), ma anche il vocabolario e la grammatica (rispettivamente 58% e 57%).

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Il mercato dei farmaci generici

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Il mercato dei farmaci generici

L’Osservatorio sul sistema dei farmaci generici realizzato da Nomisma per Egualia (già Assogenerici) ha esaminato le principali voci di bilancio di 335 società di capitali, divise in 81 imprese di farmaci generici e 254 di farmaci non generici.

“Osservando l’andamento del volume d’affari delle imprese di farmaci generici si nota una crescita strutturale tra il 2014 e il 2019: i ricavi sono aumentati del +8% ogni anno e del +47,9% complessivamente, attestandosi nel 2019 a oltre 4,3 miliardi di euro”, commenta Lucio Poma, coordinatore scientifico Nomisma. Inoltre, nel periodo 2014-2019 l’incremento occupazionale supera il 31% tra le imprese di farmaci generici, e a fine periodo il numero di dipendenti si attesta a oltre 8.600 unità, 400 in più rispetto all’anno precedente.

Redditività ed EBITDA meno performanti dei farmaci non generici 

Nonostante un volume di ricavi che cresce a un ritmo più sostenuto, le imprese di farmaci generici presentano una minor capacità di generare redditività rispetto alle società che si occupano di farmaci non generici. Il margine operativo lordo (EBITDA) registra una tendenza, rispetto ai ricavi, strutturalmente meno performante per le imprese di farmaci generici, oscillando nel periodo 2014-2019 tra il 10,6% del 2019 e l’11,3% del 2017. Le imprese che si occupano di farmaci non generici, invece, mostrano valori costantemente superiori, attestandosi al 15,1% nel 2019, segnalando una distanza di redditività che tende ad amplificarsi.

La farmaceutica territoriale

Nel 2020 la spesa farmaceutica territoriale totale, pubblica e privata, ammontava a 20,5 miliardi di euro, -2,6% rispetto al 2019, allineandosi a valori simili a quelli del 2018. L’analisi per tipologia di farmaci venduti mette in evidenza un dato interessante: fra il 2009 al 2020 le vendite di generici sono aumentate del 119% a volume e del 148% a valore. Parallelamente si è verificata una graduale diminuzione della presenza di farmaci coperti da brevetto, le cui confezioni sul mercato si sono ridotte di circa 328 milioni di unità (-65%), circa -5,6 miliardi di euro (-63%) a valore. Ciò ha determinato una riconfigurazione delle quote delle tipologie di farmaci sul mercato totale, e dal 2009 al 2020 il peso dei farmaci generici è passato dal 14% al 30% in volumi e dal 7% al 21% in valori.

La spesa per la farmaceutica ospedaliera

Al fianco della farmaceutica territoriale, il canale di vendita più importante dei farmaci generici è costituito dalla farmaceutica ospedaliera. I dati 2020 evidenziano come l’emergenza pandemica abbia ridotto i consumi ospedalieri a volume, passati da 1,5 miliardi di unità minime frazionabili di medicinali a 1,3 miliardi (-14,1%). Tuttavia, i risultati dell’ultimo anno non hanno alterato le quote sul mercato. “Continua, infatti, l’ascesa dei farmaci generici, che nonostante il decremento assoluto in termini di incidenza sul totale mantengono il proprio posizionamento, passando dal 29,8% del 2019 al 30% del 2020”, prosegue Poma. Inoltre, si conferma il trend favorevole che ha visto aumentare le vendite dell’11,5% nell’ultimo quadriennio, con un guadagno di quota del 6,6%.