Massimo Miceli


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Outsourcing: 30.000 imprese e un fatturato da 19 miliardi di euro

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Outsourcing: 30.000 imprese e un fatturato da 19 miliardi di euro

A quanto emerge dal rapporto dal titolo La seconda transizione dell’outsourcing, realizzato dal Censis in collaborazione con il Gruppo De Pasquale, oggi in Italia le imprese che gestiscono processi di outsourcing sono circa 30.000, contano 200.000 occupati, e hanno realizzato un fatturato che si attesta sui 19 miliardi di euro, per un valore aggiunto di 9,4 miliardi. Il report identifica le leve che possono portare l’esternalizzazione dei processi ad assumere anche il ruolo di motore della crescita e dell’innovazione nelle imprese, ed evidenzia le traiettorie che si stanno consolidando.

In Italia la crescita interessa l’intero Business process outsourcing

Il Censis ha elaborato una stima del valore del settore dell’outsourcing, inteso come l’insieme di attività e processi che le aziende o gli enti affidano a terze parti in base alle diverse strategie perseguite. Il report conferma il percorso di crescita che in Italia sta interessando l’intero Business process outsourcing (Bpo). Nel confronto con i dati al 2016, già nel 2019 si registrava un aumento del 15,8% nel numero di imprese che gestiscono processi di outsourcing, una crescita dell’occupazione del 13,3% e un incremento del fatturato pari al 15,5%.

Si prospetta un cambiamento di paradigma

Si prospetta però un cambiamento di paradigma: le aziende che esternalizzano processi e servizi hanno maturato una maggiore consapevolezza in merito ai vantaggi che derivano dai meccanismi di integrazione, scambio, collaborazione, sia in un’ottica di espansione (outward looking) sia secondo una logica di ottimizzazione (inward looking).  La ricerca di nuovi mercati e nuovi clienti spinge la collaborazione tra le imprese. Questo, in particolare per il 38,7% delle imprese, cui fa seguito la necessità di contenere i costi (36,1%) e di sviluppare l’innovazione di processo o di prodotto (22,9%). Il 20% delle aziende poi si concentra sulle partnership per acquisire nuove competenze e tecnologie, accrescere la flessibilità organizzativa e implementare strategie di internazionalizzazione.

Un sistema produttivo estremamente frammentato

Le relazioni fra le imprese, facilitate dalla digitalizzazione e da una competizione che si sposta dal livello di singola impresa e di singolo territorio al livello di ecosistema, riducono i condizionamenti della piccola dimensione d’impresa, e favoriscono la creazione di valore aggiunto su una scala più ampia. Questo elemento assume un’importanza decisiva a maggior ragione in Italia, vista la persistenza di modelli imprenditoriali a scala ridotta e la difficoltà di innalzare la dimensione media delle aziende. Fattori che rendono il sistema produttivo di beni e servizi estremamente frammentato, con oltre 4 milioni di imprese con meno di 10 addetti, e poco più di 4.000 che superano la soglia dei 250 addetti.

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Crisi energetica e inflazione spingono verso la finanza sostenibile

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Crisi energetica e inflazione spingono verso la finanza sostenibile

Finanza sostenibile, e più in generale tutto ciò che può “sostenere” la transizione energetica, stanno diventando temi all’ordine del giorno per gli italiani. Tanto che proprio la finanza sostenibile riscuote sempre più interesse: il 79% dei risparmiatori conosce gli investimenti sostenibili e il 22% (contro il 18% del 2021) ha già sottoscritto prodotti SRI. I numeri sono emersi durante l’undicesima edizione delle Settimane SRI, la principale rassegna in Italia sulla finanza sostenibile, si è aperta con un approfondimento sugli orientamenti degli investitori retail rispetto a un tema attuale e di grande rilievo internazionale: la transizione energetica. Nel corso del convegno sono stati presentati i risultati della ricerca “Risparmiatori italiani e transizione energetica”, realizzata dal Forum per la Finanza Sostenibile in collaborazione con BVA Doxa. Lo studio, condotto tra maggio e settembre 2022, ha coinvolto 1.400 risparmiatori che hanno investito nell’ultimo anno almeno €1.000, di cui 510 con almeno €20.000 investiti.

Le principali preoccupazioni degli italiani

Gli eventi dell’ultimo anno (l’aumento dei prezzi dell’energia, lo scoppio della guerra in Ucraina e la caduta del governo) hanno aperto una nuova fase di incertezza. Oltre l’80% dei rispondenti si dichiara molto o abbastanza preoccupato per l’aumento dei costi dell’energia e per l’inflazione. Tra le principali sfide da affrontare viene indicata la crisi energetica (62%), seguita dal carovita (48%) e dal cambiamento climatico (33%). Questa situazione ha fatto sì che il tema della transizione energetica sia stato spesso presente nei media, ma solo 2 risparmiatori su 10 dichiarano di conoscerlo bene, mentre il 55% degli intervistati afferma di avere una conoscenza superficiale in merito e il 22% ne ha solo sentito parlare. Tuttavia, la transizione energetica viene vista da oltre la metà dei rispondenti (51%) come una trasformazione necessaria, i cui vantaggi e opportunità nel medio-lungo termine supereranno di gran lunga i costi nel breve termine. Il 35% dei risparmiatori associa poi al processo di transizione la possibilità di raggiungere l’autosufficienza energetica e un risparmio sulle bollette. Inoltre, circa l’80% del campione concorda sul fatto che la transizione energetica potrà offrire opportunità di investimento e di lavoro, con la creazione di nuove competenze, anche se il 70% è convinto che gli effetti positivi della transizione energetica si vedranno solo in futuro.

Cautela e prudenza

Tra gli ambiti di intervento prioritari per la transizione energetica i risparmiatori citano soprattutto l’aumento della produzione di energia da fonti rinnovabili (fondamentale per il 55% dei rispondenti) e lo sviluppo delle tecnologie collegate sia a queste ultime sia all’efficientamento energetico (rilevanti per 4 rispondenti su 10). Ci sono però delle incertezze per quanto riguarda gli investimenti: rispetto all’anno precedente, il 2022 è caratterizzato da un maggior disorientamento e da un aumento della sfiducia verso le istituzioni nazionali e internazionali. Nella crescente incertezza dell’ultimo anno, cautela e prudenza sono le parole chiave che continuano a indirizzare le scelte finanziarie. La maggior parte dei risparmiatori predilige investimenti a basso rischio o a rischio moderato, con un orizzonte temporale tendenzialmente più lungo rispetto al 2021. Solo il 4% dei rispondenti si orienta su investimenti a rischio elevato. Percentuale che sale al 9% per chi ha almeno €20.000 investiti.

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Per gli italiani lo shopping natalizio inizia in anticipo 

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Per gli italiani lo shopping natalizio inizia in anticipo 

Se per qualcuno lo shopping dei regali natalizi rappresenta un’attività molto piacevole, in cui si sceglie un regalo per amici e familiari, per altri coincide con un periodo di corse all’ultimo minuto. Ma per tutti è senza dubbio uno dei momenti in cui viene effettuato il maggior numero di acquisti.
Nonostante la corsa ai regali last minute per molti italiani rimanga un ‘classico’ dei giorni che precedono il Natale, il 52,3% vorrebbe ricevere proposte dalle aziende già tra fine ottobre e fine novembre, e il 46,2% inizia già a comprare le prime strenne nel medesimo periodo. È quanto emerge da un sondaggio svolto da Esendex per comprendere le abitudini di acquisto degli italiani nelle settimane precedenti le feste.

Il 29,5% degli italiani anticipa gli acquisti entro la metà di ottobre

Dalla ricerca emerge, inoltre, che il 29,5% degli italiani anticipa gli acquisti dei regali natalizi entro la metà di ottobre, mentre il restante 24,3% preferisce aspettare l’inizio di dicembre prima di iniziare lo shopping. Agli intervistati è poi stato chiesto quando vorrebbero ricevere offerte e proposte di strenne natalizie, e più della metà (52,3%) ha risposto tra fine ottobre e fine novembre, il 37,3% entro metà ottobre, e il 9% dai primi di dicembre in avanti. Solo l’1,4% non è interessato a fare acquisti o non festeggia il Natale.

Viva le promozioni via SMS

Considerando che un buon numero di persone desidera ricevere offerte e proposte molto prima delle festività, è stato poi domandato se considererebbero la possibilità di acquistare un regalo natalizio a seguito di una promozione ricevuta via SMS o Whatsapp. E a questa domanda l’83,8% degli intervistati ha risposto che lo farebbe sicuramente, o molto probabilmente.

“Le aziende non possono permettersi di arrivare in ritardo con la promozione”

“La nostra indagine ha confermato che le persone iniziano a pensare allo shopping natalizio con ampio anticipo e sono molto ricettive a suggerimenti e offerte già nei due mesi precedenti alle festività – ha commentato Carmine Scandale, Head of Sales di Esendex Italia -. Le aziende non possono quindi permettersi di arrivare in ritardo con la promozione delle proprie proposte. Le nostre soluzioni di mobile messaging rappresentano un’eccellente modalità per effettuare, anche in vista del Natale, campagne marketing mirate ed efficaci, consentendo di raggiungere le persone direttamente sul proprio smartphone, il touch-point di eccellenza per clienti e potenziali clienti”.

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Come sono gli italiani visti dagli italiani? Conviviali e ironici

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Come sono gli italiani visti dagli italiani? Conviviali e ironici

A tratteggiare il ritratto degli italiani ‘visti’ dagli italiani è uno studio condotto su quattro generazioni da Astraricerche per Birra Moretti, brand del gruppo Heineken con una storia di oltre 160 anni sulle spalle. Secondo lo studio, dalla GenZ ai Baby Boomers quattro connazionali su dieci si auto percepiscono conviviali. Al secondo posto dopo la convivialità gli italiani indicano la ‘leggerezza’ legata alla buona compagnia (35%), soprattutto gli under 25. Insomma, se proprio dobbiamo dare una etichetta al nostro essere italiani è la convivialità. E se poi la convivialità è a tavola, allora siamo tutti d’accordo.

GenZ, Millennials, Generazione X e Boomers a confronto

Ma la percezione dell’italianità non è univoca tra le generazioni. Ad esempio, la GenZ, rispetto alle altre generazioni, riconosce negli italiani l’ironia (32%), ma anche l’altruismo (27%), e al terzo gradino del podio, l’autenticità (24%). I Millennials, invece, più delle altre generazioni individuano nella ricerca del benessere e della felicità fisica e mentale una delle caratteristiche di noi italiani (35%), mentre la Generazione X individua l’essere italiani soprattutto nella creatività (33%). E per i Baby Boomers è l’impegno per la sostenibilità a contraddistinguere la nostra natura di italiani.

Le etichette più detestate: indisciplinati, mammoni, individualisti

Non ci piacciono invece le etichette a cui gli stranieri ci hanno abituati: per quasi un italiano su due (45%), lo stereotipo più detestato è quello di essere considerati un popolo di indisciplinati, un giudizio osteggiato in particolare dalla GenZ. A seguire, gli italiani indicano tra le etichette più odiose l’essere considerati ‘mammoni’ (34%) e troppo gesticolanti e chiassosi (30%). Giudizi diffusi, ma reputati più accettabili dai nostri connazionali, sono l’individualismo e la troppa sicurezza di sé (20%), insieme all’essere considerati troppo modaioli (17%).

Viva i pranzi a casa e i Mondiali guardati con gli amici

Su una cosa però gli italiani sono d’accordo. La convivialità a tavola è uno dei momenti che meglio rappresenta il nostro stile di vita. Al primo posto uno su due indica i pranzi, gli aperitivi e le cene a casa con gli amici (48%), seguiti dalla visione condivisa di grandi eventi sportivi come i mondiali di calcio (38%) o semplicemente, mangiare fuori casa in compagnia di chi ci fa stare bene (38%). Più staccate, riporta Askanews, la partecipazione a iniziative che riguardano il benessere della comunità nella quale si vive (20%) o a eventi culturali (16%).
In particolare, tra i momenti conviviali tipicamente italiani i nostri connazionali apprezzano molto il tradizionale pranzo della domenica (42%), molto più amato da Baby Boomers, meno dalla GenZ, ma anche le serate in pizzeria con gli amici (25%). Mentre tra gli under 25 riscuote consensi anche lo street food.

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Spreco alimentare e impatto sul consumo energetico

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Spreco alimentare e impatto sul consumo energetico

Serve un’enorme quantità di energia per produrre, distribuire e cuocere alimenti, che nonostante siano ancora commestibili, diventano fin dall’origine un surplus inutilizzato. Lo spreco alimentare è di conseguenza anche spreco energetico. Secondo lo Studio effettuato dall’Università di Bologna, in collaborazione con ENEA, il 3% del consumo energetico dipende dallo spreco alimentare. La quantità enorme di produzione agricola e alimentare che marcisce in campo o in discarica, dopo essere stata lavorata non è quindi solo un problema etico e sociale, ma anche energetico. Per quanto riguarda l’Italia, ogni cittadino getta in media 30,3 grammi di frutta alla settimana, 26,4 grammi di insalata e 22,8 grammi di pane fresco.

Due “sprechi” che vanno di pari passo

Lo spreco di energia derivante dal cibo sprecato in Italia vale 4,02 miliardi euro. Un costo che porta a circa 11 miliardi euro complessivi il valore dello spreco alimentare domestico, sulla base di un costo dell’energia elettrica di 0,4151 euro/kWh. Il 3,2% della produzione agricola totale rimane a marcire sul campo: 1,5 milioni di tonnellate di alimenti che per arrivare a maturazione hanno consumato la stessa quantità di energia che potrebbe riscaldare 400mila appartamenti ad alta efficienza. Questi rifiuti alimentari finiscono poi nelle discariche a marcire, rilasciando gas serra (GHG). E se a questo si combina la quantità di energia necessaria per raccogliere, produrre, trasportare e conservare questo cibo, si arriva a 3 miliardi di tonnellate di anidride carbonica. 

Un rimedio arriva dalle nuove tecnologie per l’agricoltura

Se lo spreco di cibo fosse un paese sarebbe il terzo più grande emettitore di gas serra nel mondo, dopo Stati Uniti e Cina. Uno dei rimedi è dato dalle nuove tecnologie per il settore dell’agricoltura (agricoltura di precisione, biologica, produzione locale), ma anche dalla valorizzazione degli scarti agricoli e alimentari per il recupero energetico (energia da biomasse). L’It, in particolare, può contribuire alla razionalizzazione delle produzioni agricole e alimentari, soprattutto quando si tratta di rendere più efficienti i processi di produzione e trasformazione, e assecondare la variabilità della domanda grazie alla raccolta e all’elaborazione in tempo reale delle informazioni.

Biometano: una fonte di energia rinnovabile 100% Made in Italy

Il biometano deriva dal trattamento del biogas prodotto dai residui dei raccolti agricoli, dalla fermentazione di letame, scarti alimentari, erba e foglie.
Si tratta di una vera e propria fonte di energie rinnovabili, che sfrutta la degradazione di materiali che se lasciati nell’ambiente o nei campi libererebbero gas serra nell’atmosfera. È un tema centrale dell’economia circolare, poiché riveste un ruolo chiave anche nella soluzione del problema relativo allo smaltimento dei rifiuti. Recentemente, la Commissione europea ha approvato 4,5 miliardi di finanziamenti all’Italia per sostenere la produzione di biometano. La misura rientra nella strategia per ridurre la dipendenza dal gas russo e aumentare la quota di energia rinnovabile nel mix energetico.
Il biometano rappresenta infatti l’unico biocarburante 100% Made in Italy, e potrebbe essere determinante soprattutto per il settore dei trasporti.

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Il cibo? Gli italiani lo vogliono sicuro

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Il cibo? Gli italiani lo vogliono sicuro

Si sa che per gli italiani il cibo sia un’assoluta priorità. Per fortuna, anche in anni difficili come lo sono stati quelli della pandemia, gli agricoltori di casa nostra hanno saputo garantire la continuità delle forniture di cibo salutare e sicuro, contribuendo alla sostenibilità ambientale e alla lotta al riscaldamento globale. I nostri connazionali riconoscono questo valore, come sottolinea il secondo numero dell’Osservatorio Enpaia-Censis “L’agricoltura italiana nelle nuove sfide”. 

Il ruolo delle imprese agricole

Ma agli imprenditori dell’agricoltura viene chiesto molto, anche aspetti che apparentemente esulano dal loro core business. Per il 54% degli italiani infatti, gli imprenditori agricoli devono garantire la disponibilità di cibo sicuro, sano, sostenibile e di alta qualità; per il 29% la tutela del benessere degli animali allevati; per il 24% la promozione della vita nei luoghi rurali e nelle campagne; per il 19% un’offerta articolata di cibo di qualità; per il 16% la sua fornitura in modo stabile in ogni situazione. Insomma, tanti ruoli che vanno ben oltre la coltivazione o l’allevamento.

Il 96% degli italiani apprezza

Tutto questo impegno è però riconosciuto. L’agricoltura e i suoi protagonisti, riferisce Italpress, hanno visto rinforzare la loro social reputation, il grado di fiducia sociale nei loro confronti, a testimonianza di un’azione efficace e apprezzata: il 96% degli italiani ritiene che l’agricoltura sia molto o abbastanza importante per il nostro futuro. Il 74%, inoltre, è convinto che gli agricoltori abbiano già dato un contributo importante nella lotta al riscaldamento globale, quota più alta di 16 punti percentuali rispetto al dato medio europeo. L’impatto dei costi più alti per il cibo tocca sia i prodotti agricoli subito utilizzabili sia quelli processati dell’industria alimentare.

Un settore da non “lasciare solo”

“Nelle attuali difficoltà resta alta la fiducia degli italiani nell’agricoltura, perchè garantisce gli approvvigionamenti anche nelle situazioni estreme, è impegnata, da tempo, nella lotta al riscaldamento globale e il buon cibo italiano contribuisce al benessere delle persone” ha dichiarato Massimiliano Valerii, direttore generale del Censis. “In questa fase, poi, di fronte al decollo dei costi di energia e materie prime, è essenziale non lasciare sole le imprese agricole, perchè la loro crisi avrebbe costi sociali altissimi”.

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Moda sostenibile e connessa: la vogliono i consumatori

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Moda sostenibile e connessa: la vogliono i consumatori

Oggi i consumatori si aspettano esperienze e servizi che li aiutino a contribuire a coltivare abitudini sostenibili con i marchi e i prodotti di moda. Al contempo, cresce rapidamente il numero di prodotti connessi, e i consumatori sono sempre più propensi a scannerizzare etichette con lo smartphone per accedere a contenuti e servizi digitali. Insomma, la cultura dell’usa e getta non va più di moda. Tanto che secondo lo studio di Certilogo, la sostenibilità di un prodotto influenza le scelte d’acquisto. E la richiesta di trasparenza è esplicita anche da parte dei consumatori, soprattutto dei Millennial, i più attenti a fare acquisti ‘amici dell’ambiente’: 3 su 4 dichiarano di preoccuparsene molto, rispetto a 6 su 10 tra i Gen Z.

L’importanza delle certificazioni ‘green’

Inoltre, il 93% dei consumatori ritiene che i prodotti che offrono l’accesso a servizi legati alla sostenibilità siano utili, e 1 su 5 ritiene estremamente importanti le certificazioni ‘green’. Le nuove normative nell’ambito della Direttiva Europea sui Tessili Sostenibili e Circolari obbligheranno infatti i marchi della moda a dotare i prodotti di una identità digitale e un passaporto digitale del prodotto in grado di informare i consumatori dell’impatto ambientale del loro acquisto. E ora che i consumatori aspirano a divenire più responsabili sono sempre più interessati a recuperare il massimo valore possibile dai loro acquisti. Oltre il 70% dei consumatori si aspetta di recuperare in parte il valore del prodotto, e la rivendita sembra il metodo più popolare (35,6%). Inoltre, il 16,3% restituirebbe più volentieri il prodotto al brand produttore affinché lo ricicli in cambio di un riconoscimento del suo valore in qualche forma.

Parole d’ordine, autenticità e circolarità

Ma anche sapere che un prodotto è autentico e legittimo è fondamentale per i consumatori, che considerano l’autenticazione il servizio di sostenibilità più utile in assoluto quando si collegano a un prodotto connesso. Questi nuovi comportamenti dall’impronta ‘green’ possono essere sfruttati in maniera lungimirante dai brand per creare una relazione nuova, vera e reciprocamente proficua con i clienti. Ad esempio, i servizi che estendono la vita del prodotto possono ridurre lo spreco, nonché la produzione di articoli non indispensabili: come quelli di cura e di riparazione, richiesti da più del 40% dei consumatori. Perché i servizi che abilitano la circolarità aiutano a ridurre i rifiuti e l’impiego di materie prime.

Ridurre l’impatto sociale e ambientale dell’industria fashion

Per massimizzare sostenibilità e rilevanza, i brand devono quindi superare i confini dello storytelling, offrire esperienze che vadano oltre ‘il racconto delle iniziative green’, e riconoscere il ruolo fondamentale che i consumatori devono giocare per ridurre l’impatto sociale e ambientale dell’industria fashion. I brand che mancheranno di intraprendere i passi giusti verso la sostenibilità, e che non sapranno creare una connessione diretta e duratura con i loro clienti, rischiano di vedersi puniti dai consumatori, oltre che dagli enti regolatori europei e americani.

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Aumento prezzi: gli italiani “tagliano” il carrello della spesa

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Aumento prezzi: gli italiani “tagliano” il carrello della spesa

L’aumento record dei prezzi causa dei rincari energetici e gli effetti della guerra in Ucraina riducono il potere d’acquisto dei cittadini. Così, il 51% degli italiani o su due è costretto a tagliare la spesa nel carrello, e un altro 18% si orienta verso prodotti low cost per arrivare a fine mese riducendo la qualità degli acquisti. Ma c’è un 31% che non ha modificato le abitudini di spesa. È quanto emerge dai risultati dell’indagine condotta sul sito coldiretti.it.

Prodotti alimentari: si spende il 3,1% in più per acquistare il 3% in meno
La situazione varia da prodotto a prodotto. Ad esempio, gli italiani hanno tagliato gli acquisti di frutta e verdura, crollati nel 2022 dell’11%, scendendo a 2,6 milioni di tonnellate (dati Cso Italy/Gfk Italia I semestre). Un taglio destinato nel tempo ad avere un impatto anche sulla salute, se si considera che la soglia minima di frutta e verdure fresche da mangiare al giorno, raccomandata dall’Oms per una dieta sana è di 400 grammi.
Dall’analisi Coldiretti sui dati Istat relativi al commercio al dettaglio nel primo semestre 2022, risulta però che gli italiani hanno speso per i prodotti alimentari il 3,1% in più, per acquistare una quantità ridotta del 3%. Ulteriore evidenza è un vero boom dei discount alimentari, che mettono a segno un aumento delle vendite del +9%.

A rischio alimentare oltre 2,6 milioni di persone
Ma a rischio alimentare ci sono soprattutto gli oltre 2,6 milioni di persone che in Italia sono costrette a chiedere aiuto per mangiare con i pacchi dono o nelle mense di carità. È la punta dell’iceberg delle difficoltà in cui rischia di trovarsi un numero sempre più crescente di famiglie. L’esplosione di costi ha poi un impatto devastante dal campo alla tavola, in un momento in cui prima la siccità e poi il maltempo ha devastato i raccolti, con perdite stimate a 6 miliardi di euro (il 10% della produzione nelle campagne), dove più di 1 azienda agricola su 10 (13%) è in una situazione così critica da portare alla cessazione dell’attività, e secondo il Crea oltre 1/3 del totale nazionale (34%) si trova costretta in questo momento a lavorare in una condizione di reddito negativo per effetto dei rincari.

Colpita tutta la filiera agroalimentare
In agricoltura si registrano infatti aumenti dei costi che vanno dal +170% dei concimi al +90% dei mangimi al +129% per il gasolio. Ma gli aumenti riguardano l’intera filiera alimentare: il vetro costa oltre il 30% in più rispetto allo scorso anno, il tetrapack +15%, le etichette +35% eccetera. Una situazione, quindi, destinata a esplodere in autunno, colpendo una filiera agroalimentare da 575 miliardi di euro, quasi un quarto del Pil nazionale, che vede impegnati 4 milioni di lavoratori in 740mila aziende agricole, 70mila industrie alimentari, oltre 330mila realtà della ristorazione e 230mila punti vendita al dettaglio.

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Crollano le criptovalute e aumentano gli attacchi smart

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Crollano le criptovalute e aumentano gli attacchi smart

Nel secondo trimestre 2022, a causa dell’aumento della durata media e della percentuale di attacchi smart, gli attacchi DDoS (Distributed Denial of Service) hanno raggiunto un nuovo livello. Rispetto all’anno precedente, la durata media di un attacco DDoS è aumentata di 100 volte. Allo stesso modo, la percentuale di attacchi smart ha quasi superato il record degli ultimi quattro anni, arrivando a rappresentare quasi la metà del totale. Il report trimestrale DDoS pubblicato da Kaspersky prevede anche un aumento dell’attività DDoS complessiva, soprattutto in seguito al recente crollo delle criptovalute. Secondo il sistema Kaspersky DDoS Intelligence, quest’anno la dinamica del numero di attacchi DDoS all’interno del trimestre non ha rispecchiato lo schema tipico. Un dato coerente appunto con la crisi delle criptovalute, che di solito stimolano il mercato degli attacchi DDoS.

Dalla quantità alla qualità

Un attacco DDoS è progettato per interferire con il normale funzionamento di un sito web o bloccarlo completamente. Durante un attacco, che di solito prende di mira istituzioni governative, società finanziarie o di vendita al dettaglio, media o altre organizzazioni, chi lo subisce rischia di perdere clienti a causa dell’indisponibilità del proprio sito web, e ne risente anche la reputazione. Rispetto ai dati del secondo trimestre 2021, le soluzioni Kaspersky hanno rilevato un numero di utenti colpiti da attacchi DDoS di circa 2,5 volte superiore. Nel secondo trimestre 2022, a differenza dell’inizio dell’anno, in cui si è registrata una forte crescita di attacchi dovuti all’attività degli hacktivist, i dati assoluti sono diminuiti. Questo però non significa che il mercato DDoS si sia indebolito, anzi, la qualità degli attacchi è cambiata: ora sono più lunghi e complicati.

Attacchi smart da record

Nel secondo trimestre 2022, un attacco su due rilevato dai prodotti Kaspersky è stato di tipo smart, il che significa che gli organizzatori hanno condotto una preparazione piuttosto sofisticata. La percentuale di attacchi smart ha raggiunto un nuovo record in questo trimestre, quasi il 50%.
Il valore più alto in assoluto era stato raggiunto quattro anni fa, quando il mercato DDoS era in crisi, quindi un dato inaspettato ora, in un anno ‘intenso’ in termini di attività DDoS.

La sessione DDoS media ha avuto una durata 100 volte superiore

La durata media di un attacco nel secondo trimestre 2022 è stata di 3.000 minuti, ovvero due giorni.
Si tratta di una durata 100 volte superiore a quella del secondo trimestre del 2021, quando un attacco durava in media solo 30 minuti. Rispetto al primo trimestre del 2022, che a causa dell’attività degli hacktivist era caratterizzato da una durata senza precedenti delle sessioni DDoS, anche il secondo trimestre mostra un aumento pari a tre volte. Alcuni degli attacchi dello scorso trimestre sono durati giorni o addirittura settimane. Il record è stato stabilito da un attacco con una durata di 41.441 minuti, ovvero poco meno di 29 giorni.

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Spiagge: gli italiani sono attenti alla pulizia

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Spiagge: gli italiani sono attenti alla pulizia

Il sentimento più diffuso di fronte al degrado delle spiagge italiane è il fastidio, provato da circa 25 milioni di persone. L’esperienza della sporcizia sui litorali è infatti comune tra la popolazione: sono 27,4 milioni gli italiani che l’hanno vissuta, e solo il 12% non l’ha mai provata. Sono però 19 milioni (62%) gli italiani responsabili, che si prendono cura del luogo in cui si trovano, rimuovendo se necessario gli oggetti abbandonati da altri. E se qualcuno non sembra invece essere particolarmente colpito dalla presenza di rifiuti in spiaggia, la reazione è la medesima: fare la propria parte. I responsabili sono per lo più giovani, con meno di 24 anni, vivono in prevalenza nelle grandi città del sud, sono lettori e appassionati di sport e vita all’aperto.

Dai “vorrei ma non posso” agli “indifferenti” 

È quanto emerge dal sondaggio di Sorgenia realizzato da Human Highway per misurare i sentimenti di 31 milioni di italiani che frequentano abitualmente le spiagge del Paese. Ci sono poi i vorrei ma non posso (18,7%), che provano rabbia di fronte ai litorali sporchi ma non agiscono perché non ritengono sia compito loro, non hanno gli strumenti adeguati o sono preoccupati per ragioni igieniche. Ci sono anche gli indifferenti (2,5 milioni), che pur notando la sporcizia non sentono il bisogno di intervenire, e i distratti (11,7%), che addirittura non vedono i rifiuti.

Ma quali sono i rifiuti più diffusi?

Al primo posto i mozziconi di sigaretta (notati dal 72,3% del campione), poi bottiglie, lattine e plastiche (50%), e new entry tra gli oggetti d’uso quotidiano, le mascherine (39,8%). Nella classifica degli oggetti indebitamente abbandonati sui litorali anche avanzi di alimenti, carte e giornali, escrementi di animali domestici e indumenti. Come prevenire il degrado? Il 40% degli italiani suggerisce un maggior numero di cestini e bidoni a margine dei lidi e una quota simile reclama la figura della ‘guardia marina’ per far rispettare le regole.

Le proposte per prevenire il degrado

Tra le altre proposte, riferisce Adnkronos, aumentare i cartelli informativi e dare ai bagnanti gli strumenti per portare via i propri rifiuti. Soprattutto, i più responsabili sono favorevoli a nuove forme di interventi condivisi, come flashmob da organizzare periodicamente sulle spiagge. Il 22,8% di loro vorrebbe istituire la ‘mezz’ora di pulizia’ e uno su sette consiglia di puntare sulla tecnologia, segnalando gli appuntamenti di plogging su canali social o promuovendo apposite app che indichino le spiagge più sporche e convochino i volontari a pulirle.