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Lavoro e pandemia, giovani demotivati. In Italia peggio che in Europa

Posted by Massimo Miceli on
Lavoro e pandemia, giovani demotivati. In Italia peggio che in Europa

Durante l’anno della pandemia il 39% dei dipendenti europei ha avuto difficoltà a trovare la giusta motivazione al lavoro, e circa la metà dei lavoratori più giovani, quelli tra i 18 ai 34 anni, ha sofferto di un vero e proprio blocco motivazionale. E in Italia è ancora peggio. Nello stesso periodo, infatti, rispetto ad altri Paesi europei, nel nostro Paese si è avvertita più forte la percezione di una riduzione delle possibilità di ottenere nuove responsabilità e acquisire nuove skill. La pensa così il 49% dei lavoratori italiani. Si tratta di alcuni risultati di una ricerca condotta da Yonder per Workday, la società per le applicazioni aziendali cloud nella gestione finanziaria e le risorse umane, sull’impatto della pandemia nella vita lavorativa. La ricerca è stata condotta tra ottobre e novembre 2020, ovvero nella seconda fase della pandemia, attraverso la rilevazione di 17.054 sondaggi online effettuati a dipendenti di livello inferiore a quello di direttore, che lavorano in un’organizzazione con più di 250 dipendenti di nove Paesi europei.

Nel 2020 si sono ridotte le possibilità di ottenere nuove responsabilità e skill

Da quanto emerge dallo studio, rispetto al resto d’Europa, in Italia coloro che hanno maggiormente sofferto l’impatto emozionale della pandemia sul posto di lavoro sono le persone più giovani: la percentuale italiana del 49% si confronta infatti con una media europea del 38%. Il 54% dei giovani dipendenti ha dichiarato, inoltre, di credere che le sue possibilità di ottenere nuove responsabilità e skill nel 2020 si siano ridotte, mentre i lavoratori più anziani sono più portati a considerare egoistico, in questo momento, pensare alla carriera.

I dipendenti come percepiscono la risposta della leadeship alla crisi?

Ma come è stata percepita da parte dei dipendenti la risposta della leadership? I leader italiani, stando alle risposte fornite a Yonder, sono in linea con i risultati europei. Per il 51% dei lavoratori la leadership ha una visione chiara sul futuro a lungo termine dell’azienda, per il 49% i senior manager hanno dimostrato una leadership chiara, hanno fornito risorse sufficienti per permettere di offrire ai clienti un buon servizio, e hanno lavorato in gruppo e informato. Questo ha fatto sì che il 53% dei lavoratori abbia compreso il ruolo che giocherà nel futuro dell’azienda, anche se solo il 28% si è sentita parte delle decisioni della leadership, un dato in linea con i Paesi europei.

C’è chi pensa di cambiare lavoro nei prossimi 12 mesi 

Nei prossimi 12 mesi in Italia, però, il 22% dei dipendenti dichiara che probabilmente cercherà un nuovo datore di lavoro. E la percentuale sale al 33% nei giovani di 18-34 anni. Il 23% dei dipendenti dichiara, invece, che probabilmente cercherà un nuovo posto di lavoro dopo la pandemia. Le maggiori motivazioni per cui i lavoratori stanno pensando di cambiare posto di lavoro, riporta Adnkronos, sono ottenere una migliore formazione e più opportunità di crescita, auspicate dal 39% degli intervistati, ottenere una paga migliore (37%), un ruolo più interessante (31%), o un livello professionale più alto (26%).

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Il 6% di italiani in smart working lavora senza vestirsi

Posted by Massimo Miceli on
Il 6% di italiani in smart working lavora senza vestirsi

Durante la pandemia molti hanno dovuto trasferire l’ufficio nel salotto di casa, e ciò ha comportato qualche difficoltà nel bilanciare lavoro e vita privata. Con lo smart working però sembra che le persone abbiano riscoperto alcuni piaceri “proibiti” ai quali non vorrebbero rinunciare neanche in futuro. Per il 6% degli italiani, ad esempio, uno dei vantaggi dello smart working è la possibilità di lavorare senza vestirsi, ma tra le altre attività più apprezzate dai dipendenti italiani c’è però anche la possibilità di svegliarsi più tardi nei giorni feriali, il binge watching su Netflix, oppure lavorare all’aperto. È quanto emerge da un’indagine di Kaspersky sui comportamenti di 8.000 dipendenti di aziende di piccole e medie dimensioni in tutto il mondo.

Il 49% vorrebbe mantenere questo stile di vita anche in futuro

Oltre a lavorare poco vestiti, pratica ben lontana dal diventare mainstream, la maggior parte degli italiani ha beneficiato comunque di poter lavorare in abiti comodi. Il 49% si è abituato a questo stile di vita, e vorrebbe poterlo mantenere anche in futuro. Lo stesso vale per il poter dire finalmente addio ai lunghi spostamenti, che ha reso i dipendenti più felici: il 32% ha infatti dichiarato di svegliarsi 5 minuti prima dell’inizio della giornata lavorativa, e di apprezzare la possibilità di poter fare un riposino durante il giorno.

Il 19% fa binge watching su Netflix

Questo periodo ha offerto anche altri benefici ai dipendenti in smart working: il 27% degli italiani ha apprezzato anche la possibilità di poter lavorare all’aperto, in giardino o sul balcone, mentre il 19% è riuscito anche a fare binge watching su Netflix durante il lavoro. Tra gli altri vantaggi graditi dai dipendenti ci sono l’aumento del tempo libero per i videogiochi (11%), i pranzi da asporto (10%), e la possibilità di farsi meno docce (5%). Tuttavia, questa ritrovata libertà impone anche di tenere un certo livello di responsabilità quando si tratta di sicurezza informatica. Disporre di soluzioni di sicurezza affidabili su tutti i dispositivi consente agli utenti di potersi rilassare approfittando delle opportunità dello smart working, e rimanere al contempo protetti.

Una lama a doppio taglio

“Il lockdown si è rivelato una lama a doppio taglio per le persone che possono lavorare da casa – commenta Marina Titova, Head of Consumer Product Marketing di Kaspersky -. Da un lato, i dipendenti hanno finalmente la possibilità di dimenticare i lati negativi della vita caotica delle grandi città e lavorare in un’atmosfera più confortevole. Dall’altro lato, hanno dovuto affrontare molte sfide per riuscire a continuare a essere produttivi, riorganizzando il proprio spazio di lavoro e sviluppando nuove abitudini”.

Ma quando si lavora da casa la privacy è messa ancora più a rischio, per cui è importante ricordarsi anche della sicurezza digitale, propria e dell’azienda per cui si lavora.

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Le donne trainano il mercato del lavoro in Lombardia

Posted by Massimo Miceli on
Le donne trainano il mercato del lavoro in Lombardia

Se a fare la parte del leone per quanto riguarda l’occupazione femminile è la Lombardia, nel decennio tra il 2008 e il 2018 il numero di donne occupate nella regione è cresciuto del 5,9%, registrando 105 mila occupate in più. Nello stesso periodo l’occupazione maschile lombarda è cresciuta dello 0,9%, +22 mila unità.  Lo conferma l’Osservatorio Statistico dei Consulenti del Lavoro, con il rapporto dal titolo La crescita del mercato del lavoro in Lombardia.

Se dunque la Lombardia nel 2018 ha superato di 127 mila unità gli occupati del 2008, il maggior contributo è da individuare proprio nella componente femminile.

I dati lombardi si avvicinano a quelli europei

Lo studio dimostra poi come la crisi finanziaria abbia determinato una flessione dell’occupazione delle donne solo fino al 2011, per poi ripartire negli anni seguenti. Al contrario, l’occupazione maschile è rimasta in flessione fino al 2015. Il tasso di inattività femminile in Lombardia è passato invece dal 39,9% del 2008 al 35,8% del 2018, inferiore alla media nazionale del 43,8%. Nel medesimo decennio non sono cresciute solo le donne occupate, ma anche le laureate (+53,1%), a fronte a una crescita ridotta dei laureati maschi, pari al 33,2%. Il dato lombardo sembra quindi avvicinare il dato nazionale a quello europeo, dove l’occupazione femminile è del 61.2%.

A livello nazionale è occupata solamente una donna su due

Gli studi fatti a livello nazionale però parlano chiaro. Nel nostro Paese è occupata solamente una donna su due. L’Istat segnala che attualmente è occupata il 49,8% delle donne, il massimo delle serie storiche, comunque di 10 punti inferiore al tasso maschile, e di 12 punti al di sotto rispetto alla media europea.

“Il problema dell’occupazione femminile in Italia è ancora molto lontano dall’essere risolto – spiega Carola Adami, AD della società di head hunting Adami & Associati – e il nodo principale continua a essere quello della conciliazione lavoro-famiglia, con le donne che ancora oggi, nella maggior parte dei casi, si devono fare carico dei figli e, spesso, anche dei genitori”.

“Sono ancora tante le donne che all’arrivo del primo figlio escono dal mondo del lavoro”

Indubbiamente la soluzione a questo problema sarebbe quella di aumentare i servizi, a partire dagli asili nido. “Nel nostro Paese sono ancora tantissime le donne che all’arrivo del primo figlio escono in modo definitivo dal mondo del lavoro”, aggiunge l’head hunter.

Nonostante questo, i numeri dell’Osservatorio Statistico dei Consulenti del Lavoro sull’occupazione femminile in Lombardia fanno ben sperare.

“La stessa crisi che ha ridimensionato l’occupazione, ad esempio, ha poi spinto molte donne a ritornare nel mondo del lavoro per rimettere in sesto l’economia famigliare – sottolinea Adami – non si può negare, inoltre, che un maggior numero di donne laureate significhi che ci sono sempre più donne in grado di affrontare al meglio il mercato del lavoro, presentandosi con tutte le carte in regola per la selezione di personale qualificato”.