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I laureati Stem aumentano, non le laureate: solo 14 su 1000

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I laureati Stem aumentano, non le laureate: solo 14 su 1000

Lo confermano i dati contenuti nell’ultimo ‘Rapporto Bes 2023’ di Istat: se tra i laureati italiani le donne sono in aumento (76,8 ogni mille contro 40,9 uomini ogni mille nel 2021), nelle discipline Stem le differenze di genere continuano a restare evidenti, con un quadro che posiziona l’Italia ancora indietro rispetto alla media europea. 

A livello europeo dei Paesi UE27, nel 2021 circa 4 milioni e 300 mila persone hanno conseguito un diploma di laurea, di cui 459 mila in Italia, con una crescita di 65 mila persone rispetto al 2020.
Tuttavia, mentre nell’UE27 sono 86 giovani ogni mille nella fascia d’età 20-29 anni  a ottenere un titolo terziario, in Italia questo valore si attesta a 76,4 ogni mille.

Ancora marcate differenze di genere per le discipline tecnico scientifiche

I dati Istat costituiscono terreno fertile su cui innestare il dibattito attorno agli stereotipi di genere che ancora esistono nel mondo scientifico.
Se entriamo nel particolare delle discipline Stem, 18,3 giovani ogni mille in Italia conseguono una laurea, contro i 58,1 ogni mille che ottengono un titolo in discipline non Stem, con marcate differenze di genere.

Infatti, ogni 1000 ragazze, di età compresa tra i 20 e i 29 anni, nel nostro Paese, solo 14,3 portano a termine gli studi nei percorsi scientifici e tecnologici, contro 21 ragazzi.

Come incrementare le “quote rosa”?

Mentre il rapporto presenta un quadro in generale positivo, con un miglioramento significativo della percentuale di giovani che scelgono percorsi di studi nelle materie scientifiche (17,8 giovani ogni mille tra 20-29 anni, rispetto ai 16,5 nel 2020 e 16,1 nel 2019) persistono le differenze di genere nelle scelte educative.

Dati che mettono in luce la necessità e l’urgenza di iniziative volte a incentivare l’incremento delle ‘quote rosa’ nelle discipline scientifiche, promuovendo un’equità di genere che possa contribuire a eliminare qualsiasi barriera impedisca la realizzazione formativa e professionale in queste aree.

“È giunto il momento di avviare proposte concrete per superare gli stereotipi di genere nelle discipline scientifiche”

“La fotografia presentata da Istat impone un momento di riflessione – commenta Laura Basili, presidente Stem women congress e co-founder di Women at Business insieme a Ilaria Cecchini -: è giunto il momento di avviare proposte concrete per superare gli stereotipi di genere nelle discipline scientifiche e costruire un futuro in cui uomini e donne abbiano pari opportunità di contribuire allo sviluppo tecnologico e scientifico del nostro Paese. In questa direzione lo Stem women congress rappresenta un’opportunità cruciale, un megafono per raggiungere quante più persone possibile”.

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Le prospettive globali sulle disuguaglianze nel 2024

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Le prospettive globali sulle disuguaglianze nel 2024

Le disuguaglianze sono il problema più importante, o uno dei più importanti che ogni Paese deve affrontare. Secondo l’Ipsos Equality Index 2024, la pensa così più della metà (52%) dei cittadini intervistati in 29 Paesi (51% in Italia).

Tra i gruppi sociali considerati più discriminati, le persone con disabilità fisiche formano il gruppo che oggi affronta il trattamento più iniquo o ingiusto (33%), seguito da quello delle donne (26%), degli anziani e le persone con problemi di salute mentale (entrambi 24%).
In Italia, sono invece le donne (31%), gli immigrati (29%), le persone con disabilità fisica (29%) e le persone LGBTQIA+ (26%) i gruppi indicati come più discriminati.

Generazione Z: mind the gender gap

I giovani sono generalmente più sensibili rispetto agli adulti sul tema delle disuguaglianze sociali, e riconoscono maggiormente le discriminazioni subite da donne, persone LGBTQIA+, con neurodiversità e di diverse religioni.

All’interno della GenZ si nota però un divario di genere. Le ragazze GenZ dimostrano una sensibilità più spiccata rispetto ai loro coetanei maschi, esprimendo opinioni che si discostano in modo evidente da quelle delle generazioni più anziane.
Una divergenza di opinioni tra uomini e donne all’interno della GenZ confermata anche da altri studi Ipsos, che evidenziano proprio come ci sia un divario generazionale in crescita per quanto riguarda la percezione delle disuguaglianze.

Gli sforzi per promuovere l’uguaglianza sono sufficienti?

A livello globale, la maggioranza dei cittadini ritiene che si debba fare di più per promuovere l’uguaglianza. Quasi la metà della popolazione (47%, 42% Italia) crede che gli sforzi per raggiungere questo obiettivo debbano essere intensificati. Ma una persona su cinque (19%) indica una certa resistenza verso un cambiamento radicale in questa direzione.

La percezione di un’eccessiva spinta verso l’uguaglianza è più diffusa nei paesi anglofoni, con Stati Uniti (29%), Polonia e Canada (27%) in testa a questa classifica. 
E se a livello globale, il 42% delle persone crede che il successo personale dipenda principalmente dai propri meriti e sforzi, per il 30% il successo è determinato da fattori esterni al proprio controllo.

Un appello ai governi ad agire

A livello globale, la maggioranza (67%) ritiene che i governi abbiano la responsabilità principale di agire per ridurre le disuguaglianze. Opinione particolarmente diffusa in Indonesia (82%), Perù e Corea del Sud (77%). Gli Stati Uniti, (51%) registrano il dato più basso tra i 29 Paesi analizzati.

Inoltre, per un quarto della popolazione totale (26%) i media hanno un ruolo importante nell’affrontare le disuguaglianze, seguiti da datori di lavoro (24%), genitori e insegnanti (22%) e responsabilità individuale (21%).
Anche in questo caso si osserva un divario generazionale: i Baby Boomers (71%) e la Generazione X (69%) sono più propensi a credere che i governi debbano essere i principali attori nella lotta alle disuguaglianze. 

Informazioni utili

Intelligenza artificiale: nuove regole europee imposte al mercato

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Intelligenza artificiale: nuove regole europee imposte al mercato

Con l’approvazione dell’IA Act, la normativa sull’Intelligenza artificiale, l’Europa è la prima a dettare una serie di obblighi a fornitori e sviluppatori di sistemi della nuova tecnologia in base ai diversi livelli di rischio identificati.

Tra i divieti delle pratiche di AI che comportano un rischio inaccettabile per i diritti fondamentali, sono inclusi i sistemi di categorizzazione biometrica che utilizzano caratteristiche sensibili, il riconoscimento delle emozioni sul posto di lavoro e nelle scuole, il social scoring, le tecniche manipolative, e le pratiche di polizia predittiva.
In alcune situazioni specifiche espressamente previste dalla legge le forze dell’ordine potranno fare ricorso ai sistemi di identificazione biometrica, altrimenti vietati. L’identificazione in tempo reale potrà essere usata solo se saranno rispettate garanzie rigorose.

Sostegno all’innovazione e sanzioni

La legge europea promuove regulatory sandboxes e real-world-testing, istituite dalle autorità nazionali per sviluppare e addestrare i sistemi di Intelligenza artificiale innovativa prima dell’immissione sul mercato.

A seconda della violazione e delle dimensioni dell’azienda, saranno comminate multe che possono andare da un minimo di 7,5 milioni di euro o l’1,5% del fatturato, fino a 35 milioni di euro, o il 7% del fatturato globale. 

L’impatto sul lavoro

Secondo i risultati della ricerca dell’Osservatorio Artificial Intelligence della School of Management del Politecnico di Milano, in Italia il mercato dell’AI nel 2023 ha segnato +52% raggiungendo il valore di 760 milioni di euro. Da qui a 10 anni le nuove capacità delle macchine potrebbero svolgere il lavoro di 3,8 milioni di persone. E 6 grandi imprese italiane su 10 hanno già avviato qualche progetto di AI. 

“Nel valutare il reale impatto sul lavoro bisogna tenere in considerazione le previsioni demografiche – commenta Giovanni Miragliotta, Direttore dell’Osservatorio -. In questa prospettiva, la possibile automazione di 3,8 milioni di posti di lavoro equivalenti appare quasi una necessità per ribilanciare un enorme problema”.

Cosa ne sanno gli italiani?

Gran parte degli investimenti nel nostro Paese riguarda soluzioni di analisi e interpretazione testi per ricerca semantica, classificazione, sintesi e spiegazione di documenti o agenti conversazionali tradizionali, mentre sono ancora limitati al 5% i progetti di AI generativa.

Il 77% degli italiani (+4% sul 2022) guarda con timore all’AI, soprattutto in relazione ai possibili impatti sul mondo del lavoro. Tuttavia, solo il 17% è fermamente contrario al suo ingresso nelle attività professionali. Nel 2023 quasi tutti gli italiani (98%) hanno sentito parlare di AI, e più di uno su quattro (29%) ne ha una conoscenza medio-alta.
Inoltre, un italiano su quattro dichiara di aver interagito almeno una volta con il ChatGPT.