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Risparmiare diventa sempre più difficile: cala la fiducia delle famiglie italiane

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Risparmiare diventa sempre più difficile: cala la fiducia delle famiglie italiane

Come siamo messi noi italiani in merito al risparmio? Così così. Anche se i nostri connazionali sono per tradizione un popolo di “formiche”, nel 2025 le cose sono cambiate. Gli italiani, infatti, soffrono l’ansia da risparmio. Lo rileva la nuova indagine Acri-Ipsos, diffusa in occasione della 101ª Giornata Mondiale del Risparmio.

Dallo studio emerge un quadro complicato: sono sempre di più le famiglie che fanno fatica a mettere da parte qualche risparmio, mentre dall’altra parte cresce la preoccupazione per il futuro economico del nostro Paese. 

Quattro famiglie su dieci riescono a “mettere da parte”

In base ai dati emersi dall’indagine, solo il 41% delle famiglie italiane oggi riesce a risparmiare, contro il 46% del 2024. È il livello più basso dal 2018. In molti casi, i nuclei familiari finiscono per consumare tutto il reddito disponibile o, peggio, per attingere ai risparmi accumulati negli anni.

E le aspettative per il futuro? Anche in questo caso, lo scenario non è roseo: per i prossimi 12 mesi, gli italiani prevedono un’ulteriore riduzione della capacità di accantonamento, segno della sfiducia nel clima economico.

Il tenore di vita si abbassa 

Oltre la metà delle famiglie (57%) dichiara che il proprio tenore di vita è peggiorato o che sta vivendo momenti di difficoltà, mentre solo il 43% parla di una condizione stabile o migliorata.

Guardando ai prossimi tre anni, gli italiani si spaccano a metà: il 38% resta ottimista mentre il 39% non prevede grandi cambiamenti. C’è poi un 16% di connazionali che afferma di sentirsi seriamente preoccupato.
La fiducia nel Paese è fragile: i pessimisti sull’Italia sono il 53%, contro appena il 19% di ottimisti. Migliore la percezione del proprio territorio, dove la quota dei pessimisti scende al 28%.

Euro e prospettive globali: cresce il malcontento

A oltre vent’anni dalla sua introduzione, l’euro non convince. Il 65% degli italiani si dichiara insoddisfatto della moneta unica, percentuale in crescita rispetto al 60% del 2024. A pesare di più sono i giudizi degli adulti, dei residenti nel Sud e di chi ha un livello d’istruzione medio-basso.

Solo il 45% ritiene che l’euro rappresenterà un vantaggio per l’Italia nei prossimi vent’anni, contro il 50% dello scorso anno. Restano più fiduciosi i giovani, i laureati e chi vive nel Nord-Est.

Mattarella: “Il risparmio è un bene civico da proteggere”

Sul tema è intervento anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ricordando che la Costituzione assegna al risparmio un “alto valore civico”.
“Tutelarlo significa favorire impieghi che ne accrescano il valore e che alimentino la crescita del Paese”, ha sottolineato. 

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Mercato immobiliare, nuovo ciclo: valori in lieve calo, ma prospettive stabili

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Mercato immobiliare, nuovo ciclo: valori in lieve calo, ma prospettive stabili

Come sarà il mercato immobiliare del futuro? Il dato è particolarmente interessante per l’Italia, Paese in cui il “mattone” ha da sempre una grande importanza sotto il profilo economico e finanziario. A questo proposito, Nomisma prevede per i prossimi decenni una riduzione moderata del valore medio degli immobili residenziali italiani, compresa tra il -4,2% e il -6,2%.

Una flessione contenuta, spiegano gli analisti, che si inserisce in un quadro di trasformazione del mercato e di rinnovate regole europee in materia bancaria.

Cosa succede: nuove regole per le banche

La principale novità è rappresentata dall’entrata in vigore – dal 1° gennaio 2025 – del regolamento europeo CRR 3 (Capital Requirements Regulation), che introduce criteri più severi per la valutazione degli immobili posti a garanzia dei mutui.

In virtù di questo documento, le banche sono chiamate a stimare in modo più prudenziale il Property Value, cioè la potenziale perdita di valore di un bene immobiliare nel corso della durata del finanziamento.
L’obiettivo è rafforzare la solidità del sistema creditizio, riconoscendo che i prezzi delle case sono soggetti a cicli economici anche molto ampi e che questi possono influire sulla stabilità finanziaria complessiva.

Le proiezioni: le differenze territoriali

Per stimare l’evoluzione del mercato, Nomisma ha sviluppato un modello di analisi basato su dati storici dal 1988 e aggiornato ogni sei mesi. Le simulazioni a 30 anni indicano una perdita media potenziale di valore compresa tra il -4,2% e il -6,2%, con differenze sensibili in base alla posizione geografica e alla tipologia urbana.

Nei capoluoghi di provincia, la flessione stimata si ferma attorno al -4,5%, con una maggiore tenuta per le zone centrali rispetto alle aree periferiche. Le città metropolitane mostrano una resilienza più marcata, confermando il ruolo trainante dei grandi centri urbani nel mercato immobiliare nazionale.
Situazione diversa nei comuni più piccoli, dove la perdita potenziale arriva fino al -6,25%, penalizzata dal calo demografico e da una domanda abitativa più debole. Le località turistiche, invece, rappresentano un’eccezione positiva: qui la contrazione attesa è minima, attorno al -4,24%, grazie alla costante richiesta sia per uso abitativo che per investimento.

Il possibile scenario futuro 

Secondo Nomisma, il mercato immobiliare italiano si trova oggi nelle fasi iniziali di un nuovo ciclo. Ciò significa che i valori attuali potrebbero essere inferiori rispetto a quelli che si registreranno al termine del ciclo stesso.
In assenza di shock economici rilevanti, lo sconto da applicare ai prezzi medi per il calcolo del Property Value resta quindi contenuto.

Come sottolinea Enrico Bronchi, Head of Finance Market & Real Estate Business Development di Nomisma, la localizzazione rimane il fattore chiave per la stabilità nel tempo: centri urbani e mete turistiche si confermano le aree più resilienti, mentre i piccoli comuni restano più esposti alle oscillazioni economiche e demografiche.

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Cloud e intelligenza artificiale: per l’Europa la vera sfida è l’indipendenza digitale

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Cloud e intelligenza artificiale: per l’Europa la vera sfida è l’indipendenza digitale

Il mercato del Cloud continua a crescere, ma l’Europa deve ancora conquistare la sua autonomia. Nel 2025 il settore vale 112 miliardi di dollari, con un aumento del 20% in un solo anno. A fotografare la situazione è l’Osservatorio Cloud Transformation del Politecnico di Milano, che mette in luce un dato significativo: quasi il 90% del mercato europeo è oggi in mano a grandi provider statunitensi o non europei.

“È un segnale che non possiamo ignorare – spiega Alessandro Piva, direttore dell’Osservatorio –. La sovranità digitale è diventata una questione strategica, se vogliamo che l’Europa resti competitiva in un contesto globale sempre più instabile.”
Secondo la ricerca, oltre la metà delle grandi organizzazioni europee (il 54%) ritiene che i provider locali facciano fatica a innovare con la stessa rapidità dei colossi internazionali. Per questo, servono nuove politiche industriali comuni e una vera filiera digitale europea, capace di unire competenze pubbliche e private.

Il mercato italiano del Cloud tocca gli 8,13 miliardi di euro

In Italia, il Cloud continua a crescere. Nel 2025 il mercato tocca 8,13 miliardi di euro, con una crescita del 20% rispetto all’anno precedente. Una spinta alimentata dall’Intelligenza Artificiale e dai progetti di digitalizzazione della Pubblica Amministrazione.

A fare da traino è il Public & Hybrid Cloud, con 5,83 miliardi di euro di spesa (+21%). Tutti i segmenti crescono: infrastrutture, software e piattaforme. Il Private Cloud, invece, registra un balzo del 23% e raggiunge 1,39 miliardi, grazie al desiderio di maggiore controllo sui dati e alla nascita di nuove soluzioni di “Cloud sovrano”.

Imprese più consapevoli e selettive

“Il Cloud è ormai un elemento chiave di competitività – sottolinea Stefano Mainetti, responsabile scientifico dell’Osservatorio –. Le aziende italiane lo sanno e scelgono con maggiore attenzione dove e come usarlo.”

Il 46% delle grandi organizzazioni ha adottato strategie ibride, bilanciando tra infrastrutture proprie e servizi in cloud. Cresce anche la sensibilità verso sicurezza e privacy: il 72% delle imprese ha avviato progetti di cybersecurity, mentre quasi quattro su dieci stanno lavorando per allinearsi alle nuove regole europee come NIS2, DORA e AI Act.

AI e Cloud, binomio imprescindibile per il futuro

L’Intelligenza Artificiale e il Cloud viaggiano insieme. Un quarto delle grandi aziende utilizza già servizi di AI-as-a-Service, ma solo il 30% affida i propri progetti interamente al Cloud pubblico. Molte preferiscono ambienti privati o ibridi, per mantenere il controllo sui dati e garantire conformità normativa.

“AI e Cloud sono inseparabili – afferma Mariano Corso, tra i responsabili dell’Osservatorio – ma le imprese devono imparare a gestire in modo sicuro la loro integrazione.” Nonostante il 59% delle organizzazioni non abbia ancora definito policy interne sull’uso dei dati, oltre la metà considera l’AI la principale area di investimento per il 2026.