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La propensione a utilizzare l’auto a Milano

Posted by Massimo Miceli on
La propensione a utilizzare l’auto a Milano

Utilizzare i servizi di sharing e i mezzi alternativi all’auto è un’abitudine entrata nel dna dei milanesi, dove a fronte di un servizio di noleggio auto a domicilio il 69% di chi vive a Milano si dichiara disposto a rinunciare all’auto di proprietà. Di contro, la mobilità a impatto ridotto sembra per ora non avere incrinato profondamente il legame con l’automobile di proprietà. Tanto che secondo una ricerca BVA Doxa sulla propensione all’utilizzo dell’auto per conto di Virtuo, rivela che il possesso dell’auto è ancora elevato, con il 94% degli intervistati che dichiara di averne una. Dalla ricerca, realizzata a Milano su un campione di età compresa tra i 25 e i 74 anni, emerge poi anche un forte desiderio di tornare a viaggiare fuori città, complici probabilmente le festività natalizie.

Si torna a viaggiare

Compatibilmente con il ritorno alla normalità negli spostamenti, un milanese su 3 (33%) è pronto a rimettersi in auto anche più di prima per andare a passare i week end fuori città. Le destinazioni preferite? Le città d’arte (50%), ma anche gironzolare senza una meta fissa alla scoperta del Bel Paese (31%), soprattutto i più giovani (37%). Seguono la montagna (29%) e la scoperta della propria regione (22%). Il compagno di viaggio preferito? Il proprio partner (44%), seguito dalla famiglia (30%) e dai migliori amici (15%).

Frequenza e occasioni di utilizzo dell’automobile

Dalla ricerca emerge poi che i milanesi utilizzano l’auto in media 4 giorni a settimana, con circa la metà di loro (49%) che dichiara di utilizzarla al massimo 2 o 3 giorni alla settimana. L’utilizzo dell’auto, oltre che per commissioni varie (65%), è legato in particolar modo al tempo libero (61%) e per recarsi fuori città (59%), mentre l’uso prioritario per recarsi al lavoro raccoglie il 36% delle risposte, a cui si aggiunge il 20% di coloro che la usano per svolgere il proprio lavoro.

Cambia il rapporto con il mezzo

Dalla ricerca emerge che il rapporto con l’auto cambia anche perché in città per quasi 7 milanesi su 10 (67%) viene affiancata da un altro mezzo, che nel 55% dei casi è la bicicletta, tradizionale o elettrica.
L’utilizzo dei mezzi di mobilità sharing coinvolge invece il 42% dei milanesi, che diventa il 64% nella fascia d’età 25-44 anni. Inoltre, i milanesi si dimostrano sempre più interessati alle innovazioni anche per quanto riguarda l’utilizzo dell’auto fuori città. Infatti, quasi 7 su 10 (69%) valutano in maniera positiva l’idea di rinunciare all’auto di proprietà se potessero noleggiarne una dal proprio smartphone, ritirandola nelle stazioni di ritiro in città, o facendosela consegnare sotto casa.

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Covid e risorse umane, capacità di adattamento essenziale per il 78% dei dirigenti

Posted by Massimo Miceli on
Covid e risorse umane, capacità di adattamento essenziale per il 78% dei dirigenti

Da quando è iniziata la pandemia di Covid-19 le aziende hanno dovuto rivedere profondamente il proprio metodo di lavoro, apportando cambiamenti improvvisi, e per certi versi, traumatici. La stessa crisi sanitaria, che ha portato le aziende a ripensare sé stesse in via emergenziale, ha offerto però alle aziende anche la possibilità di reinventare in modo radicale i propri modelli di lavoro per aumentare produttività e benessere. Ed è proprio sugli sforzi compiuti in tal senso dalle aziende che si concentra la ricerca Global Human Capital Trends 2021, The social enterprise in a world disrupted di Deloitte.

Le aziende si stanno muovendo per adottare strategie multi-scenario

Prima dello scorso marzo, evidenzia la ricerca, solamente il 6% dei dirigenti a livello internazionale (il 3% in Italia) prevedeva un impegno da parte della propria azienda nella pianificazione della risposta a eventi improbabili e di alto impatto. Oggi, e quindi dopo il diffondersi della crisi sanitaria, questa stessa fetta è cresciuta fino a raggiungere il 17% a livello internazionale, e il 19% in Italia. Di più: il 47% dei dirigenti a livello globale ha anche specificato che le rispettive realtà aziendali si stanno muovendo per adottare strategie multi-scenario, per ridurre al minimo la possibilità di farsi cogliere impreparati in futuro, nell’eventualità di ulteriori eventi eccezionali e non prevedibili.

Durante i momenti di crisi il futuro è determinato anche dalla capacità della forza lavoro

Ma quali sono gli elementi sui quali un’azienda dove puntare per affrontare in modo efficace, rapido e idoneo le criticità future?

Stando al 78% dei dirigenti italiani, e al 72% dei dirigenti a livello internazionale, la priorità risiede nella capacità dei dipendenti di adattarsi, riqualificarsi e assumere nuovi ruoli in risposta ai mutamenti esterni.

“Le questioni relative al capitale umano non sono più relegate unicamente alle risorse umane spiega Drew Keith, human capital leader Deloitte -. Durante i momenti di crisi come quello che stiamo vivendo il futuro delle aziende è determinato anche dalla capacità della forza lavoro, in particolare sono cruciali collaborazione, creatività, giudizio e flessibilità dei dipendenti”.

Intensificare l’impegno sulle attività di upskilling e reskilling

“Per prepararsi ad affrontare al meglio le criticità future molte aziende stanno intensificando l’impegno sul lato delle attività di upskilling e reskilling – continua Carola Adami, co-fondatrice della società italiana di head hunting Adami & Associati – mentre dal punto di vista dell’acquisizione di nuovi talenti è andata crescendo l’attenzione riservata alla capacità di adattamento dei candidati”.

Le aziende più oculate stanno infatti dando maggiore peso alla flessibilità dei dipendenti, e più precisamente alla loro capacità di leggere il contesto e di andare oltre il consueto, modificando le proprie abitudini.

“Insieme alla capacità di adattamento – sottolinea l’head hunter – un’altra soft skills che ha guadagnato importanza in questi mesi è la resilienza, intesa come capacità di non arrendersi e non farsi sopraffare dalle novità, ma anzi di trarre insegnamento da ogni nuova evenienza, anche e soprattutto dalle avversità”.

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Segnali positivi per l’ambiente nel 2021

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Segnali positivi per l’ambiente nel 2021

Come conseguenza alla grande attenzione alla salute per l’emergenza sanitaria stiamo assistendo a una sorta di invasione delle mascherine monouso, oltre a un forte incremento nell’uso di detersivi e disinfettanti chimici. E l’ambiente? Sembra in secondo piano rispetto alle priorità dettate dalla pandemia. Ma a dispetto del luogo comune che vedrebbe tramontare i Fridays for future e le istanze per salvare il Pianeta, la UE ha firmato il Green Deal, l’accordo che prevede la riduzione delle emissioni dal 40% al 55% entro il 2030. Ed entro l’estate 2021 la Commissione rivedrà la legislazione su clima ed energia per renderla “adatta al 55%”. Il primo passo è proprio la proposta di modificare la legge europea sul clima verso l’obiettivo della neutralità climatica del continente entro il 2050.

I cittadini vogliono cambiare stile di vita in modo sostenibile

Se il 93% dei cittadini vuole cambiare stile di vita in modo sostenibile (fonte Euromedia Research) il 68% ha già intrapreso un percorso in questo senso (+12,4% rispetto al 2019),  scegliendo prodotti ecosostenibili a km zero o di marchi che garantiscono il rispetto dell’ambiente (30%). Oppure realizzando interventi in casa per una maggiore efficienza energetica (29%), scegliendo la mobilità sostenibile, dalla bici, ai mezzi elettrici o i trasporti pubblici (24%), installando pannelli fotovoltaici (9%), o scegliendo energia prodotta da fonti rinnovabili (7%), riferisce Ansa. Tuttavia, secondo il parere degli intervistati il maggior potere nel rallentare il riscaldamento globale è in mano a istituzioni e aziende.

La leva principale per le aziende rimane l’aspetto economico

Il 48% delle aziende è consapevole che i cambiamenti climatici influenzeranno significativamente la propria attività e il proprio settore nei prossimi 5 anni. Il 52% delle imprese ha messo in campo, durante l’emergenza, iniziative per una maggiore sostenibilità.

Il 92% di queste proseguirà anche post pandemia, con iniziative quali lo smart working, percentuale che indica come la leva economica sia un fattore determinante per cittadini e aziende nel perseguire buone abitudini a favore del Pianeta. Infatti la leva principale, nonostante il maggiore interesse per la sostenibilità, rimane l’aspetto economico. Le aziende chiedono infatti contributi a fondo perduto (33,5%), sgravi fiscali (22%), incentivi statali e un quadro normativo più chiaro (19%). 

Il ruolo chiave della tecnologia

Un aspetto che la pandemia ha reso evidente e sul quale ha portato una forte accelerazione è certamente l’adozione di tecnologie digitali, divenute in molti casi improvvisamente indispensabili per permettere la continuità relazionale e aziendale. Il 74% degli italiani è convinto del ruolo chiave di tecnologia e digitalizzazione a supporto della sostenibilità, così anche il 69% delle aziende (picco del 72% nel settore servizi). Il digitale poi è considerato ancora più importante per il monitoraggio delle attività in ottica di rispetto dell’ambiente (79%, che raggiunge l’81% nei servizi).

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Unioncamere e Google insieme per le eccellenze digitali

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Unioncamere e Google insieme per le eccellenze digitali

Dal 2013 Unioncamere e le Camere di commercio hanno avviato la partnership con Google per la formazione e il potenziamento della presenza online delle imprese. Proprio partendo da questa esperienza Google, come parte del suo nuovo programma di investimento Italia in Digitale, ha deciso di rinnovare il programma Eccellenze in digitale, portando l’attenzione sulla formazione dei lavoratori, le aree e i settori più colpiti dalla crisi. Eccellenze in digitale 2020-21 servirà infatti a raggiungere in particolare le aziende legate al turismo, alla ristorazione e alle filiere del Made in Italy.Come? Formando gratuitamente almeno 30 mila imprenditori, dipendenti, collaboratori e tirocinanti sulle competenze digitali di base, e sull’uso di strumenti sempre più essenziali per superare la seconda ondata della pandemia.

Competenze digitali, una risorsa indispensabile per superare la crisi

La crisi causata dal Covid-19 ha evidenziato l’importanza delle competenze digitali come una risorsa indispensabile per restare in contatto con i propri utenti e colleghi, e portare avanti la propria attività e il proprio lavoro. Recenti analisi di Unioncamere mostrano che nelle imprese italiane le competenze digitali sono richieste per 7 assunti su 10, pari a 3,2 milioni di lavoratori. Ma il 28,9% di questi profili, vale a dire circa 940 mila posizioni, è difficile da trovare per inadeguatezza o ridotto numero di candidati. Il risultato è spesso una carenza, tanto più grave in un momento in cui proprio Internet può offrire strategie di visibilità e di vendita determinanti per superare i limiti imposti dall’emergenza sanitaria.

Un milione di euro e oltre 2000 ore di formazione

Grazie al finanziamento di 1 milione di euro da parte di Google.org, la nuova edizione del progetto ha preso il via da lunedì 23 novembre, con oltre 30 webinar organizzati dai Punti Impresa Digitale delle Camere di Commercio locali. Scopo degli incontri formativi è fornire ai lavoratori strumenti in grado di accrescere o trasformare le proprie abilità, mantenendo o migliorando la propria situazione occupazionale. Con il supporto degli oltre 150 digitalizzatori e digital promoter presenti nei PiD delle Camere di commercio, in oltre 2000 ore di formazione si affronteranno temi e strumenti divenuti fondamentali in questa fase di crisi legata al Covid-19.

La digitalizzazione delle imprese può valere fino a 7 punti del Pil 

Se l’obiettivo di Eccellenze in Digitale 2020-2021 è aiutare le imprese italiane a far crescere le competenze dei propri lavoratori “la digitalizzazione delle imprese può valere da 3 a 7 punti di Pil e dare una forte accelerazione all’economia italiana – sottolinea il segretario generale di Unioncamere, Giuseppe Tripoli- . Con Eccellenze in Digitale vogliamo contribuire a colmare almeno in parte il gap di competenze digitali di lavoratori e imprese, allineandole alle esigenze del mercato, e fornendo strumenti utili ad affrontare questo momento tanto difficile per il nostro Paese”.

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Spesa, carrelli sempre più “green” per gli italiani

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Spesa, carrelli sempre più “green” per gli italiani

Agli italiani piace… verde. Aumenta infatti il numero dei nostri connazionali che, per diverse motivazioni, hanno deciso di eliminare dalle loro tavole e dalla loro dieta alimenti di origine animale. Oggi, infatti,  i vegani e i vegetariani sono circa il 9% sul totale della popolazione, con un aumento del 25% sull’anno precedente. A rivelarlo è un report di Everli, marketplace della spesa online, che ha preso in esame gli ordini effettuati sul sito e via app nell’ultimo anno e ha decretato per il 2020 un aumento del 14% per quanto riguarda l’acquisito di prodotti vegetariani e vegani rispetto allo stesso periodo 2019. Anche l’offerta della grande distribuzione ha seguito questo trend, inimmaginabile fino a pochi anni fa. Oggi nei supermercati è possibile ogni genere di alimento green, a cominciare dal tofu, dall’hummus e dai burger vegetali che nell’ordine dominano la classifica delle principali scelte dei consumatori vegan, mentre per i vegetariani i must have sono i burger vegetali, le cotolette vegetariane e i falafel libanesi.

Al Nord la maggior concentrazione di vegani

A livello territoriale, la ricerca rivela che il maggior numero di vegani italiani si concentra al Nord, e in particolare nella Pianura Padana, mentre i piatti vegetariani sono diffusi in tutto lo Stivale, sempre però con una predominanza delle preferenze al Settentrione. Emilia Romagna e Lombardia sono le regioni più vegan del paese, la Toscana è invece al primo posto tra quelle vegetariane.

Città che vai, carrello che trovi

Ancora più nel dettaglio, quali sono le regioni che prediligono un regime alimentare green? In base agli ordini registrati sulla piattaforma, riporta Ansa, l’Emilia Romagna e la Lombardia si aggiudicano il primo posto come regioni più vegan d’Italia, con tre città ciascuna nella top 10 delle città italiane con il maggior numero di ordini online di questa categoria: Bologna in vetta, Milano al terzo posto e Pavia un gradino sotto al podio, seguite da Bergamo (6°), Modena (7°) e Parma (9°). I vegetariani dello Stivale si concentrano soprattutto in Toscana. Tra le 10 province che nell’ultimo anno hanno registrato il maggior numero di ordini di questi prodotti spiccano infatti ben tre province toscane: Firenze, Livorno e Pisa. Ovviamente, ci sono anche mode e modi nelle scelte di acquisto: una curiosità è scoprire che le creme a base di ceci spopolano ad esempio a Firenze, Bologna, Venezia e Bergamo, mentre sono escluse dalla spesa dei consumatori della provincia di Pesaro e Urbino.

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Il Covid dà impulso al welfare aziendale

Posted by Massimo Miceli on
Il Covid dà impulso al welfare aziendale

La pandemia di Covid-19 ha dato impulso alle politiche di welfare aziendale. Per la prima volta infatti le imprese attive superano il 50%, il 79% ha confermato le iniziative di welfare in corso e il 28% ne ha introdotte di nuove, o potenziato quelle esistenti. Nel contesto Covid-19, le Pmi con un welfare più maturo hanno avuto maggiore capacità di reagire all’emergenza e sono state punto di riferimento per la comunità. Si tratta di alcuni dati emersi dalla quinta edizione Welfare Index PMI, promosso da Generali Italia.

“Straordinarie storie di resilienza delle nostre Pmi”

Quest’anno il Welfare Index PMI ha ampliato il proprio quadro di analisi a oltre 6.500 interviste, un numero triplicato in 5 anni. Oltre all’ingresso di Confcommercio l’Index allarga la partnership a tutte le 5 Confederazioni nazionali, e si arricchisce delle analisi su Covid e impatti del welfare sui risultati di bilancio.

“In questo nuovo contesto del Covid-19, attraverso Welfare Index PMI, abbiamo osservato come le imprese hanno agito come soggetto sociale, oltre che economico e di mercato, per la loro diffusione nel territorio e per la vicinanza ai lavoratori e alle famiglie”, commenta Marco Sesana, Country Manager & Ceo Generali Italia e Global Business Lines. Di fatto durante l’emergenza sanitaria le imprese hanno dato vita a un nuovo welfare di sussidiarietà. “Sono straordinarie storie di resilienza delle nostre Pmi – aggiunge Sesana -. Le imprese con un welfare più maturo sono state punto di riferimento delle comunità e hanno avuto maggiore capacità di reazione durante l’emergenza Covid”

Il welfare fa crescere produttività e occupazione

L’analisi dell’impatto delle azioni di welfare sui bilanci di 3 mila Pmi attesta che negli ultimi due anni le imprese più attive nel welfare registrano il maggiore aumento di produttività, pari al (+6% rispetto alla media del +2,1%, e un più alto tasso di occupazione, attestato al +11,5% contro una media del +7,5%.

Insomma, il welfare aziendale fa crescere l’impresa in termini di produttività e occupazione.

“Questo oggi ci conferma che il welfare, oltre a essere strategico per la crescita delle imprese, sarà leva per la ripresa sostenibile del Paese”, sottolinea Sesana.

L’esperienza di crisi ha cambiato la cultura di gestione dell’impresa

Ma quali sono le iniziative di welfare adottate dalle imprese durante l’emergenza? L’80% delle Pmi ha dato materiali e fornito informazioni di tipo sanitario ai lavoratori mentre il 12%  ha attivato canali di supporto e servizi di consulto medico e assistenza sanitaria a distanza. Il 26,4%, inoltre, ha attuato iniziative aperte alla comunità esterna e di sostegno al sistema sanitario nazionale. L’esperienza di crisi ha cambiato la cultura di gestione dell’impresa. Il 91,6% delle Pmi ha dichiarato di avere acquisito maggiore consapevolezza della centralità della salute e della sicurezza dei lavoratori e oltre il 70% ha affermato che in futuro il welfare aziendale avrà maggior rilievo. E  il 65% contribuirà maggiormente alla sostenibilità del territorio in cui opera.

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Smart working, il bilancio dei lavoratori

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Smart working, il bilancio dei lavoratori

Secondo un’indagine della Cgil, pubblicata il 18 maggio, gli italiani che hanno lavorato dalla propria abitazione durante il lockdown sono stati circa 8 milioni. Prima della pandemia erano mezzo milione. A diciotto settimane di distanza dall’inizio del lockdown, Lenovo ha pubblicato uno studio, Technology and the Evolving World of Work, in cui si traccia un bilancio sugli esiti del lockdown in ambito lavorativo e tecnologico. A 20.262 dipendenti di 10 Paesi, compresa l’Italia, Lenovo ha chiesto di rispondere ad alcune domande relative all’esperienza con la tecnologia sul luogo di lavoro e all’impatto del Covid-19 su preferenze, connettività ed equilibrio tra vita personale e lavorativa.

Il prezzo di lavorare da casa si paga con il benessere economico, fisico ed emotivo

La maggior parte degli interpellati (63%) ha risposto che lavorando da casa ci si sente più connessi e produttivi rispetto a lavorare in ufficio. Ma anche se la metà del campione (il 52%) pensa di dover continuare a lavorare da casa più di quanto facesse prima, lo smart working (o work from home) secondo gli intervistati non offre soltanto vantaggi. Il timore è infatti quello di dover pagare uno scotto per quanto riguarda non solo il proprio benessere economico, riporta Agi, ma anche fisico ed emotivo.

Quanto hanno speso gli italiani in tecnologia

Tra le conseguenze più immediate dello stravolgimento delle abitudini lavorative c’è stata la necessità di ammodernare l’attrezzatura usata per svolgere le proprie mansioni. A livello globale, sette intervistati su dieci hanno dichiarato di aver acquistato nuovi dispositivi tecnologici per migliorare la propria dotazione. Gli italiani hanno dichiarato di avere speso mediamente 305 euro per aggiornare o migliorare la tecnologia necessaria per lavorare da casa, un dato che ci colloca al terzo posto. Soltanto in Germania (336 euro) e Stati Uniti (307 euro) si è speso di più. La media globale, scrive Lenovo nel suo report, si attesta a 238 euro.

Le conseguenze sulla salute Secondo lo studio il 71% degli intervistati lamenta l’insorgere di nuovi problemi di salute o il peggioramento di alcune condizioni, tra cui mal di testa, dolori alla schiena, al collo, e la difficoltà a dormire. Tra le possibili cause la mancanza di spazi adeguati dove lavorare, ma tra le conseguenze del lavoro da casa rientra anche la diminuzione dei contatti personali con i colleghi, che può influire negativamente sulla capacità di sviluppare relazioni sul posto di lavoro, e quindi sul rendimento. Un altro aspetto negativo che può influire negativamente sula salute psicologica risiede nella difficoltà di separare la vita lavorativa dalla vita domestica. O nella scarsa capacità di concentrarsi durante le ore di lavoro a causa delle tante distrazioni presenti in casa.  

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Per il 97% delle aziende la reputazione online è la chiave del successo

Posted by Massimo Miceli on
Per il 97% delle aziende la reputazione online è la chiave del successo

Attuare strategie per far crescere la reputazione online è diventata di vitale importanza per le aziende.Di fronte alla crescente influenza della rete sulle nostre abitudini e sulle nostre scelte, oltre al proliferare di fake news e l’imperversare di attacchi informatici, dare una prima impressione buona a chi cerca informazioni sulla propria azienda in rete, e quindi mostrare risultati positivi nella prima pagina dei motori di ricerca, è un ottimo modo per rendere la “stretta di mano digitale” efficace e persuasiva. Tanto che per il 97% delle aziende la reputazione online è la chiave del successo.

Il 70% dei consumatori non acquista da aziende che hanno commenti negativi su Google

Secondo l’analisi del Centro Studi ReputationUP, il 97% degli imprenditori afferma infatti che la gestione della reputazione sia la carta vincente per il loro business nel 2020. L’analisi rivela poi che “Il 45% degli adulti che nel 2019 ha googlato un potenziale partner commerciale – si legge nello studio – e ha trovato qualcosa online che li ha spinti a scegliere di non fare affari con quel partner”.

Dallo studio emerge però un dato ancora più significativo. “Il 70% dei consumatori ammette che la decisione di acquistare prodotti o servizi dipende essenzialmente dalle recensioni disponibili on line”, continua l’analisi del Centro Studi ReputationUP. Più in particolare, il 70% dei consumatori non acquista da aziende che hanno 4 o più articoli negativi, su brand, prodotti e servizi nei risultati di ricerca Google.

“La qualità della tua vita è data dalle qualità della tua reputazione”

Numeri che destano preoccupazione, e inducono gli operatori economici non tanto a guardarsi alle spalle, quanto a osservare con un’attenzione sempre maggiore la realtà e il sentiment percepiti dall’audience al di là dello schermo. “La qualità della tua vita è data dalle qualità della tua reputazione”, conferma Andrea Baggio, CEO di ReputationUP. Questo perché, così come nella vita reale, ognuno di noi ha un’immagine anche online, che condiziona la qualità e la modalità delle relazioni di coloro con cui interagiamo o vogliamo interagire.

Le tre fasi della reputazione online

Il Centro Studi di ReputationUP è un gruppo internazionale con sedi in Europa, Nord America e Sud America, specializzato in Online Reputation Management e Diritto all’Oblio. L’intero processo di gestione della reputazione online, definito Online Reputation Management, passa attraverso 3 fasi cruciali, la Reputation Cleaning, la Reputation Monitoring, o Protecting, e la Reputation Improving.

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Attenzione al vishing, la frode che arriva via telefono

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Attenzione al vishing, la frode che arriva via telefono

Telefonate da parte di falsi operatori bancari o di società emittenti di carte di credito che con il pretesto di presunte anomalie nella gestione della carta di credito o del conto corrente inducono la vittima ad attivare fantomatiche procedure di sicurezza. Il fine è ovviamente quello di estorcere denaro. Tanto che nell’ultimo periodo la Polizia Postale e delle Comunicazioni ha reso noto un aumento di denunce da parte di cittadini in relazione ad addebiti non autorizzati sulle proprie carte di credito. Si tratta di un raggiro via telefono noto alla polizia postale con il termine di Vishing.

Un codice di sicurezza inviato alla vittima completa la transazione

Più in particolare, nel corso della telefonata i truffatori richiedono quindi alla vittima di leggere a voce alta il codice di conferma che, proprio in quel momento, appare via messaggio sul display del telefono. Tale codice, tuttavia, altro non è che il codice autorizzativo di una transazione che in quel momento i truffatori stanno tentando di effettuare via web ai danni dell’ignara vittima. I cyber-criminali infatti, entrati precedentemente in possesso dei dati della carta di credito (numero di carta, data di scadenza e Cvv), necessitano di conoscere tale codice di sicurezza per completare una transazione in corso, e sottrarre così il denaro della vittima.

Addebiti di migliaia di euro per l’acquisto su piattaforme online

Chi riceve questo tipo di telefonate crede in buona fede di aver agito correttamente per mettere in sicurezza il proprio conto o la propria carta di pagamento, e si accorge solo successivamente, spesso solo al momento della ricezione dell’estratto-conto, che in realtà sono presenti movimentazioni in uscita non autorizzate. Secondo la Polizia Postale si tratta di operazioni pari anche a diverse migliaia di euro per l’acquisto di beni e servizi mai richiesti su piattaforme online, riporta Adnkronos.

Diffidare di chi richiede telefonicamente dati sensibili

In caso si cada nella trappola del vishing è bene rivolgersi al più presto alla Polizia Postale e delle Comunicazioni, sempre a disposizione dei cittadini per ricevere denunce e per fornire ogni supporto e chiarimento, attraverso i propri uffici e i propri canali virtuali, come il sito web commissariatodips.it.

“Si sottolinea ancora una volta l’importanza di non rivelare mai a nessuno, via telefono come via social o via email, i nostri dati più sensibili, le nostre password dispositive, i Pin o i nostri codici di accesso comunque denominati – sottolinea la Polizia Postale e delle Comunicazioni -. È opportuno diffidare sempre di fronte a soggetti che richiedono tali dati, presentandosi come operatori di istituzioni pubbliche, importanti aziende o istituti bancari. Utile invece procedere a semplici e attente verifiche, contattando l’ente coinvolto che potrà confermare i nostri sospetti”.

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Coronavirus e Ssn, punti di forza e criticità della sanità italiana

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Coronavirus e Ssn, punti di forza e criticità della sanità italiana

L’emergenza coronavirus ha evidenziato criticità e punti di forza del Ssn. E se le prime erano presenti ben prima dello scoppio della pandemia il Covid-19 le ha messe drammaticamente in rilievo. È opportuno, quindi, fare una riflessione sul Ssn, anche se una valutazione generale potrà essere fatta solo fra un po’ di tempo. In merito alla reazione del sistema sanitario all’onda d’urto del Covid-19, secondo Maria Cristina Perrelli Branca, Project Manager di Nomisma ed esperta in economia sanitaria, “la capacità che il Servizio Sanitario ha mostrato nel riorganizzarsi, in tempi relativamente brevi, sul fronte ospedaliero”.

Ma fattori come il numero ottimale di posti letto o il numero di medici per paziente “sono aspetti che verranno riletti alla luce di quanto accaduto – aggiunge Perrelli Branca – avendo presente che ciò che è stato considerato sufficiente in momenti di pace non lo è stato in tempo di guerra”.

In poco più di un mese posti di terapia intensiva incrementati del 79%

“Come riportato dalla Protezione Civile in poco più di un mese i posti di terapia intensiva sono stati incrementati del 79%, mentre quelli nei reparti di malattie infettive e pneumologia sono aumentati di oltre 4 volte – continua Perrelli Branca -. Anche sul fronte delle risorse umane c’è stata una grande mobilitazione. Sono state infatti reclutate oltre 20 mila unità di personale di prima linea, di cui circa 4.400 a tempo indeterminato e 6.800 a tempo determinato. Regioni e aziende sanitarie, inoltre, hanno rivisto interamente la loro organizzazione creando ospedali dedicati al Covid, trasferendo o ampliando alcuni reparti, realizzando percorsi dedicati e acquistando attrezzature”.

Negli ultimi trent’anni politiche sanitarie mirate alla deospedalizzazione

Una delle principali carenze del Ssn riguarda il fatto che in questi anni non è stato raggiunto un pieno equilibrio tra assistenza ospedaliera e assistenza distrettuale. E tale deficit è stato messo prepotentemente in evidenza dall’emergenza Coronavirus.

“Negli ultimi trent’anni, in Italia, sono state portate avanti politiche sanitarie mirate alla ‘deospedalizzazione’ dei casi non acuti, che insieme alle manovre di razionalizzazione della spesa, hanno comportato chiusura dei presidi ospedalieri al di sotto di una certa dimensione, taglio dei posti letto, drastica riduzione delle unità di personale” sottolinea la manager.  Questo ha fatto sì che allo scoppio dell’emergenza “il Paese si trovasse non sufficientemente attrezzato – sostiene Perrelli Branca – sia sul fronte ospedaliero, ormai depotenziato, sia su quello territoriale”.

Fase 2, sorveglianza epidemiologica, domiciliarità, piena integrazione ospedale-territorio

La significativa diversità dei modelli regionali ha avuto ripercussioni sulle scelte strategiche di gestione dell’emergenza. Ma in merito alla Fase 2 comunità scientifica e fronte politico sono concordi sulla necessità di attuare sorveglianza epidemiologica, domiciliarità, piena integrazione ospedale-territorio e impiego di gruppi di professionisti integrati (figure dell’assistenza territoriale e dell’assistenza ospedaliera). Nel dopo emergenza si dovrebbe rivedere l’impostazione di alcuni servizi, e riflettere sull’opportunità di continuare a portare avanti modelli obsoleti rispetto ai cambiamenti epidemiologici e sociali in atto.